Questo non è il racconto di un viaggio. È meno che meno il tentativo di spiegare la Cina. Sarebbe presuntuoso, la prima volta che visiti un paese. Casomai lo puoi solo annusare. Allora è giusto che si racconti solo le proprie percezioni, senza giudicare. Anche perché ti accorgi subito che ti manca il metro di misura. Se la sola provincia del Guizhou ha gli stessi abitanti dell’Italia, allora ti accorgi che il nostro metodo davvero non serve. le code sono ovunque, sono sempre. Code per noi impensabili, eppure scivolano via veloci, tranquille, ordinate. Nessuno alza la voce, nessuno spinge o cerca di passare davanti. Guardando queste folle intuisci che cos’è un impero. Cosa significa vivere in un paese di un miliardo e mezzo di persone. Solo una forte disciplina e un altrettanto forte senso di comunità possono dare vita a una convivenza pacifica. nel gruppo continuiamo a discutere e a ripeterci di quanto la nostra idea di Cina sia fuorviante. Non un pezzo di carta per terra in ogni luogo pubblico ci sono bagni gratuiti e pulitissimi, strade ottime e un parco macchine (in gran parte elettriche) da fare invidia. Eppure, non è facile almeno per quelli della nostra generazione, staccarsi da quell’immagine di una Cina tradizionale e rurale, fatta di contadini con il cappello di paglia che spingono un aratro trainato da un bue. Ma il viaggiare serve anche a questo, a spiazzarti, a rimetterti in gioco con tutte le tue idee costruite a monte. Però bisogna lasciarsi a casa. Come diceva Seneca a un barcaiolo: se porti qualcuno in viaggio, assicurati che non si porti con sé. Se si porta con sé non tornerà un uomo migliore.
Allora meglio lasciarsi andare guardare e raccontare tutto qua.
“La cultura cinese e la spina dorsale. Tutte le culture etniche sono rami e foglie. Le radici sono profonde e forti per essere rigogliose”. Così al museo delle culture e in qualche modo riflette il cammino fatto da questo paese. Coniugare il socialismo, che figlio del pensiero occidentale, con una tradizione del tutto asiatica. “Coniugare”, questo è forse il verbo giusto, per descrivere città di milioni di abitanti, con grattacieli enormi, che sembrano fatti con il Lego e villaggi di legno, dove sulle architetture tradizionali si sovrappongono la falce e il martello; televisori al plasma che convivono con il bue d’acqua, il nuovo con il vecchio. Ragazze con lo smartphone che si fanno fotografare in costume tradizionale, quello delle loro nonne, quello che la Rivoluzione culturale credeva di avere cancellato e che invece ha covato sotto la brace. Come il buddhismo e ora il vento nuovo ne ravviva le fiamme. Anzi, quella cultura tradizionale così demonizzata dal furore delle guardie rosse, diventa vanto da ostentare, attrattiva turistica. Per turisti cinesi soprattutto, perché è su quello che ha puntato la Cina, per quella classe media che aumenta ogni anno di numero e vuole conoscere il proprio Paese.
La tradizione però non è più del tutto quella vissuta, è una sua messa in scena. Il turista assiste e vive quella che Dean MacCannell chiama «autenticità rappresentata». Per tutelare e valorizzare un patrimonio culturale, lo si recita secondo i criteri che si pensa piacciano ai turisti. Si tratta di un modello applicabile a gran parte del turismo culturale contemporaneo. Il turista vuole condividere gli aspetti di una cultura più lontani da lui, legati a un passato, che in parte già vivono nel suo immaginario. L’autenticità che il turista «etnico» cerca è proporzionale alla distanza dalla modernità che ciò che accade davanti ai suoi occhi mantiene. Il turista fa «come se» ciò fosse autentico, pur essendo conscio della rappresentazione in atto. In fondo la questione non è se il turista viva o meno un’esperienza autentica, ma se lui ne percepisca una certa autenticità basata più sulla distanza dalla sua esperienza quotidiana che sulla reale conformità con la tradizione locale.
La spinta che anima i turisti e che li porta a intraprendere viaggi in luoghi lontani è proprio la ricerca del diverso, dello stupefacente, è naturale che si vada alla ricerca e si apprezzi quanto è più lontano, diverso, stupefacente. Ecco allora l’accento posto sugli aspetti più spettacolari di una cultura: i dogon vengono dipinti come animisti e fermamente legati a tradizioni ancestrali, sebbene oggi siano in gran parte musulmani e coinvolti in pesanti trasformazioni. I tuareg continuano a vivere, nell’immaginario turistico, la loro epopea nomade di guerrieri, nonostante la loro sempre maggiore sedentarizzazione e la crisi sociale ed economica che stanno vivendo. I funerali «animisti», accompagnati da drammatici sacrifici di buoi, contribuiscono a ritrarre i toraja di Sulawezi come un popolo statico e senza tempo. Così come le immagini degli indiani navajo sono spesso dominate da idilliache scene di tessitori di tappeti e allevatori, sebbene da tempo i navajo non pratichino più queste attività. Oppure come nel caso di alcune tribù delle colline del Triangolo d’Oro, nella Thailandia settentrionale. Qui, in seguito al sempre maggiore afflusso di appassionati del trekking, gli stessi nativi hanno imparato a esaltare l’isolamento dei loro villaggi, il modo primitivo di viverci e il carattere selvaggio delle popolazioni, cioè di loro stessi. Essendo spesso questi viaggi pubblicizzati come «un trekking attraverso gli ultimi selvaggi», in alcuni villaggi le guide locali hanno affisso dei cartelli con scritto «siamo i più selvaggi».
In pratica questi gruppi hanno fatto proprie delle categorie create per loro da altri, secondo la logica, analizzata da Gramsci, per cui le popolazioni dominate assumono le categorie dei loro dominanti e le utilizzano a uso proprio. Il risultato è un indurimento delle culture locali, ingessate in una sorta di immobilità perenne che fornisce la base per la costruzione di «culture per turisti».
Capisco che tutto questo può sembrare negativo, ma in realtà dipende dall’approccio del viaggiatore. Nei gruppi accade spesso che ci si divida secondo il celebre modello definito da Umberto Eco, tra apocalittici e integrati. I primi sono quelli che si attendono “l’autentico”, un mondo immutabile,” incontaminato”, una posizione che sta tra il romantico e il razzista. Romantico, perché esprime un senso di nostalgia per un mondo perduto; razzista perché congelando gli altri nel passato è come se si negasse loro la capacità di cambiare. Di fare la storia, come noi. Gli integrati, al contrario accettano i cambiamenti e li vivono come espressione della dinamicità delle società incontrate. Un contadino cinese che con una mano conduce il bufalo nei campi e nell’altra ha uno smartphone, non è meno contadino, né meno cinese. È un uomo del suo tempo. Come noi.
Cos’è l’autenticità allora?
Prevale spesso una concezione dell’autenticità che si rifà a quella dei musei tradizionali: è vero ciò che segue la tradizione, che è sempre stato così. Si tende a pensare che è autentico ciò che è «naturale», come se ci fosse qualcosa di preesistente alla nostra capacità di attribuire o meno l’etichetta di autenticità. Se pensiamo che è «autentico» ciò che è «naturale» e quindi vero, ne consegue che ciò che è «falso» è per forza innaturale. E se «vero» significa antico, «nuovo» deve coincidere per forza con falso. In realtà non c’è nulla di infinitamente antico. La conoscenza e la verità sono «create» e non scoperte dalla mente umana. Noi entriamo nella società in un certo momento, ma la cultura è sempre in processo. Ogni cultura è un cantiere sempre aperto, in continua trasformazione.
Continuando a definire l’autenticità per contrapposizioni, si arriva anche a mettere di fronte il «reale» e «l’immaginario». In realtà, esistono due tipi di autenticità: una «calda», esistenziale, vissuta dal turista e fondata sulla sua percezione degli eventi; l’altra, invece, di carattere oggettivo basata sull’analisi distaccata degli stessi eventi. Nel primo caso rientrano quelle esperienze che spesso vengono vissute in modo coinvolgente perché rappresentano una sorta di liberazione dal quotidiano. Il «giro più lungo», l’immersione in un mondo altro da noi, rappresentano spesso l’abbandono, seppur temporaneo e parziale, di quell’ordine che siamo soliti considerare naturale. Nel secondo caso invece, anche se il turista vive un’esperienza che lo coinvolge e che lui sente come vera, questa può essere considerata non autentica.
Per gli apocalittici il turismo di massa è un prodotto della mercificazione della cultura e il turista raramente apprezza l’espressione autentica delle culture straniere, di solito preferisce soddisfare le sue aspettative precostituite. Spostandoci sul versante opposto ci si accorge però che l’autenticità vissuta dai turisti dipende dal modo in cui questi vedono le cose. «La verità del viaggiatore colto e osservatore è sempre la verità dell’“esterno”, non quella dell’“attore”». Queste parole di Eric Leed, celebre autore de La mente del viaggiatore, valgono per il turista attento e preparato ad accogliere la novità. Ciò che spesso si cerca non è un fatto «vero», ma un’esperienza. Il turista, come molti altri viaggiatori che scelgono mete poco convenzionali lo fa anche perché l’andare in determinati posti, disagevoli e poco conosciuti, rappresenta un mezzo per costruirsi una determinata identità, un nuovo Sé. È raggiungendo certe mete che si diventa viaggiatori. Compensando la routine quotidiana con l’avventura, il viaggio diventa trascendenza e fuga. Il turista, seppur per pochi giorni, si trova a oltrepassare i confini soliti a cui è uso fare riferimento e a vivere in una zona liminare rispetto alla sua esistenza quotidiana.
Ecco allora che un viaggio, come quello in Cina, ecco che quelle code chilometriche, quelle distanze enormi che spaventano il piccolo europeo, abituato a dimensioni casalinghe, a ben guardare sono una lezione per il tradizionale senso di implicita superiorità che noi occidentali ci portiamo dietro. Ci si accorge che più sentiamo parlare di questo Paese e meno ne sappiamo, che quello davanti ai nostri occhi esula dal nostro immaginario preconfezionato. E questo è il senso del viaggio: lasciarsi a casa.
Essere qui, ti insegna anche essere “altro”, a essere tu l’estraneo. Abituati a guardare il mondo da casa nostra, a trasformare in altro chi non ci appartiene, colpisce essere guardati da tutti, essere fotografati, catturati dagli sguardi stupiti dei bambini. Già il turista ricorda sempre: ho visto questo, ho visto quello, ma non sa mai quanto e come è stato visto. Non se lo accetti, sposti il tuo sguardo. E allora quando la guida racconta un mondo visto da est, ti sembra più reale, più ricco, perché capisci che il mondo è fatto di punti di vista. E ti insegna l’umiltà del giusto.