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La bottega di Goshavank

Ci sono posti che sono mondi. O meglio, ci sono posti dove i mondi si raccontano, si lasciano capire. A volte in poche righe. Dove scorrano queste righe a volte non lo sappiamo e rimaniamo sorpresi nello scoprirle negli angoli più inaspettati. Come quelle che si appoggiano sugli scaffali della piccola bottega di Goshavank. Saranno quattro metri per quattro, quella bottega, non di più. Non servirebbero. C’è tutto ciò che conta e che racconta.
Alcune felpe rosse un leggermente scolorite dal tempo, pendono dal muro azzurrino un po’ scrostato. Sono uguali a quelle indossate dai bambini, che giocano per strada. Sanno un po’ di vecchio, di quella povertà da socialismo reale, che non è miseria. Non ne ha la triste dignità. È segno di un mondo che si disinteressa del mondo. Tutto in questa bottega rievoca i tempi dell’Unione Sovietica, nonostante sia crollata da quasi trent’anni. La ricordano le ancora numerose spigolose scritte in cirillico, che a volte si accompagnano con le sinuose volute delle lettere armene. Lo ricorda lo scatarrare fumoso della Zigulì, che invano tenta di arrampicarsi sulla salita. Il motore si torce nello sforzo, la frizione si assottiglia nel tentativo di aiutarlo. La colonna sonora di questo piccolo dramma del conducente che tenta di sfidare la forza di gravità, è un velo di fumo che segna la resa dell’età e dei sogni dell’impero russo.
Il crollo dell’URSS lo si legge anche nell’immagine fin troppo consueta lungo le strade dell’Armenia, di un Zigulì ferma sul ciglio della strada, con il cofano aperto e il proprietario che cerca di riallacciare un cavo, di stringere un dado, di pulire un filtro.
Solo una cosa nella piccola bottega racconta che quei tempi sono finiti: le marche di caramelle e di dolciumi occidentali. I pacchetti delle Mentos, delle Fruittella, dei Mars si mescolano a quelli un po’ sbiaditi provenienti dall’Est. Ora la signora accende il gas da una piccola bombola appoggiata sul pavimento e prepara il caffè.
Come va qui a Goshavank? La risposta poco a poco si spande al di là della piccola porta di legno, dello scaffale delle sigarette, delle scatole di dolci confezionati così colorati da sembrare finti. È dura, tutti in paese vengono a fare la spesa, ma molti oggi non riescono a pagare, Perché le rimesse degli emigranti si fanno attendere. Sono moltissimi gli armeni che lavorano in Russia, soprattutto nell’edilizia. È sulle loro spalle che poggia gran parte dell’economia armena. La diaspora che da secoli accompagna questo popolo, oggi ha anche il volto dei muratori che costruiscono gli scintillanti palazzi ipermoderni nella Mosca degli oligarchi, per mandare un po’ di soldi a casa. Anche qui a Goshavank. Ora però anche la Russia sente la crisi, i fiumi di rubli che scorrevano negli anni d’oro del post-comunismo cominciano a inaridirsi. E anche il lavoro diminuisce, gli stipendi calano, i soldi mancano.
Non è così per tutti.
A Erevan è tutto un luccicare di Lexus, Toyota, BMW nuove di zecca. In un paese dove il reddito medio è di 300 euro al mese, c’è chi può permettersele. Perché parlare di stipendio medio non ha senso, quando la distribuzione è così ineguale. Inutile chiedere spiegazioni, la risposta è sempre la stessa: “business”. La parola magica che nei paesi dell’ex cortina di ferro nasconde un reticolo di significati vaghi, non ben definiti, che rimandano però tutti inequivocabilmente a un mondo sommerso, grigio, di traverso, che sfuma quasi sempre nell’illecito. Quell’economia sommersa, agevolata dalla globalizzazione e da burocrazie compiacenti, che muove fiumi di denaro. Nella capitale. Non a Goshavank.
Qui le povere rimesse si sono ancora impoverite e la signora si lamenta che molti non ce la fanno a pagare. Lo dice con calma, senza rabbia, adagiandosi a un destino rassegnato. L’unico che forse conosce. Poi dice: qualcosa cambierà, le rimesse arriveranno. Bisogna crederci, la fede è l’unica cosa su cui contare. Basta guardare fuori dal vetro, sulla piccola altura di fronte alla bottega. L’antico monastero sta abbandonando il colore cupo delle prime ore nebbiose del mattino e inizia a tingersi di rosa nel sole invernale. Massiccio, pesante, si sporge sulla vallata boscosa indifferente a ciò che lo circonda. Promette il suo millenario orizzonte di luce al di là di quelle orribili case di legno, che si sgretolano nella sua ombra.
Non case povere, case brutte, che patiscono l’incuria, l’indifferenza, una sorta di resa svogliata a un futuro che non cambia. I recinti dei cortili sono una indefinibile sarabanda di pezzi di reti metalliche arrugginite, storte, lamiere sventrate, pezzi di legno mal tagliati, portiere arrugginite di vecchie auto. Potrebbe essere il progetto concettuale di qualche artista contemporaneo niuiorchese, che vuole esprimere il suo malessere snob al mondo. Ma la nobiltà rafferma e annoiata del circo artistico non arriva fino qui. Tra questi visi di cuoio, nei cui occhi sembra impressa per sempre un’ombra, che nessun sole potrà forse fare scomparire. Che nemmeno la ricca e variegata fila di bottiglie di vodka che domina dall’alto la piccola bottega di Goshavank, può fare evaporare. È la stessa ombra che leggi negli sguardi quei bambini mai diventati uomini o donne, di quegli adulti mai invecchiati che ti guardano dalle immagini del memoriale. Più che il dolore per il genocidio del 1915 è l’offesa del non riconoscimento che spezza il cuore a queste generazioni/ Si può dimenticare il male, si può anche arrivare a perdonarlo, ma l’odio e l’indifferenza no, la menzogna ancora meno.
Il ricordo di quei giorni impregna la vita degli armeni, come l’acqua fa con il bagnasciuga. Il caffè ora bolle, la signora spegne il gas e versa piano nei bicchieri di carta quella bevanda spessa, perché la polvere si depositi sul fondo. In alto, su uno scaffale, una sorta di composizione fatta da due pistole incorniciate, attende chissà quale acquirente accanto a due surreali elefanti colorati di evidente provenienza indiana. Ironia amara, come quel caffè, che noi chiamiamo “alla turca”. Un aggettivo che qui ha il colore del sangue rappreso.
Il monastero adesso troneggia, illuminato dal sole che inizia a sciogliere l’ultima neve. Una Lada Niva si arrampica a fatica su per la sterrata, sfiorando alcune mucche sonnolente che si vanno pigre in cerca di un po’ d’erba. Guardo dall’alto il paesino. Le case sono diverse una dall’altra. Non si riesce a vedere uno stile, la tradizione (forse) locale si mischia con tratti sovietici. Sembra che l’abbandono e la trasandatezza siano i soli elementi che le accomunano. Goshavank è così brutto, che inizio ad affezionarmici.
Piano piano il caffè si raffredda. Si può bere. La polvere si appoggia sulle labbra lasciando un fioco alone scuro. Entra un uomo con una bambina dall’aria vispa. I capelli neri, lunghissimi, scendono lungo il vestitino a quadretti. Guarda con occhi desiderosi i sacchi delle caramelle davanti a lei, senza dire una parola.
Poco a poco il paesino si anima. La luce lo rende sempre più sopportabile e familiare. Tra i colori sbiaditi che lo caratterizzano, spicca un giallo vivido. Unica macchia visibile, qui e altrove. Unico segno che il dominio della Russia non è del tutto finito. Il tubo giallo lo si vede ovunque, in tutta l’Armenia, ma anche in Georgia, in Uzbekistan. Corre lungo le strade, a mezza altezza, si solleva dove ci sono gli ingressi, i cancelli, poi ridiscende disegnando così una lunghissima greca gialla. È il tubo della Gazprom, che rifornisce di gas molte delle ex repubbliche sovietiche. Una sorta di lungo filo, che cuce e lega queste terre, che si erano staccate dall’URSS dopo il crollo. Quel tubo è il vero segno del potere di Putin e dei suoi oligarchi. Il destino di popoli e Paesi che hanno accarezzato il sogno dell’indipendenza, si sbriciola sotto quel tubo che corre all’infinito, metafora inquietante di quanto il potere, anche nell’era del digitale, sia legato alla terra e alle sue risorse.




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