MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2

Il tubo giallo

Salta fuori dalla terra, come d’improvviso, si lancia verso l’alto, supera l’altezza degli uomini e poi piega in avanti, per iniziare la sua corsa lungo la strada. Ogni tanto il tubo giallo ha nostalgia della terra da cui nasce e piega in basso, per poi risalire di nuovo in su. Una lunga, sottile arcata gialla. Ricorda quelle cornicette che si facevano alle elementari, le “greche”, quando con mano incerta cercavi di seguire i contorni dei quadretti, per decorare la fine della pagina. Lo trovi ovunque il tubo giallo, ti corre al fianco, diventa parte del paesaggio. Te ne accorgi quando manca.
Basta uscire dal groviglio architettonico di Tblisi, dove gli antichi balconi in legno intarsiato si intrecciano con il vetro e il cemento dei deliri di onnipotenza di oligarchi e architetti. Dove la religiosità ortodossa sfiora i localini trendy della movida cittadina. Tblisi è una metafora del Caucaso. Qui tutto si incontra, si mescola, culture ed epoche. Difficile pensare di essere in Asia, ma forse sono perché non riusciamo a pensare senza confini. Qui le carte si rimescolano, i confini sono politici, sì, ma le idee sono di contrabbando.
Basta uscire dalla città, dicevo, ed ecco il tubo giallo, ti accompagna fino alla grande chiesa di Svetitskhoveli. Fuori un gruppo di vecchiette vende rametti di bosso. È la domenica delle Palme per gli ortodossi e qui l’ulivo non cresce. Scompare, il tubo, quando imbocchi la via centrale di Mtscheta, un colorato mercatino di dolci tradizionali. Dalle bancarelle penzolano le sagome colorate dei churchkhela, sorta di candele fatte con il mosto e ripiene di noci e altri tipi di frutta.
Appena fuori, rieccolo. Nella pioggia di oggi, che rende tutto grigio, spicca ancora di più. Sembra indicarti la strada. La sua ombra sottile striscia per terra, lascia un segno sbiadito sull’erba del ciglio, che le mucche ignorano, continuando a mangiare indifferenti la loro erba.
Gruppi di cani randagi segnano l’entrata a Gori, triste sotto la pioggia, grigia, con addosso ancora le ferite della recente guerra con la Russia. Buffa a volte la storia, se non fosse tragica: la Russia che Stalin ha salvato dai nazisti, ha bombardato proprio la sua città natale. Come per vendicarsi di quel georgiano di provincia che comandava l’intero impero sovietico. La sua casa natale è stata portata in un parco, ingabbiata in una sorta di pantheon. Davanti la sua statua in marmo, una delle poche rimaste in piedi dopo il crollo dell’Urss.
Il museo sembra la celebrazione del compagno concittadino: non un cenno ai gulag, alle purghe, ai milioni di persone uccise per aver provato a pensare diversamente o soltanto perché così sospettava il loro paranoico leader. «Se ascoltate lei – dice Natìa, indicando la guida ufficiale del museo – ha fatto solo cose giuste. È Innamorata di Stalin, lei». Sarebbe stato bello ricostruire le contraddizioni dell’uomo che ha da un lato ha salvato il suo paese e forse l’Europa tutta da Hitler e che poi quel paese ha svuotato. Invece no, foto con i potenti di allora, un ritratto con una bambina bionda in braccio, doni ricevuti dai capi di Stato. Fuori dal museo il vagone con cui si spostava Stalin, quello con cui si è recato a Yalta. Non volava lui, aveva paura, sapeva di avere molti nemici. Un anziano signore vende souvenir sovietici, scatole di fiammiferi con il ritratto del capo, finti orologi del periodo comunista, tutti messi in una valigia aperta. Fa quasi tenerezza, sembra sopravvissuto a quell’epoca. Compro qualche scatola di fiammiferi. Fuori dai cancelli del parco una donna vende le stesse cose e costano la metà.
La strada, l’unica, prosegue verso ovest, seguendo il tubo giallo. Natìa indica un edificio bianco a nord, con la bandiera georgiana. «Subito dopo – dice – ci sono i militari russi» e riprende a raccontare le vicende del post-comunismo, l’influenza sugli stati vicini, come l’Abkhazia, l’Ossezia. Quando parla si entusiasma di una rabbia rassegnata verso il gigante che sta al di là delle montagne: «Loro possono venire qui e noi non possiamo andare in Russia, ma dobbiamo accettarlo, ci fanno a pezzi altrimenti». Parla dell’Europa, che sarebbe un’aspirazione, si sentono europei i georgiani, «Ma sarebbe peggio per noi, perché loro ci distruggerebbero». Si convive così, con un nemico che è talmente grande e forte, da non incutere neppure paura. Solo rassegnazione.
Crocevia di storie il Caucaso. Perno instabile su cui poggiano Asia ed Europa. Incrocio di culture. Qui, forse, passava anche una via della seta. Turchi, armeni, azeri, georgiani, abkhazi, osseti, ingusci, tartari, mongoli, khazari… la lista sarebbe interminabile e complessa. Sembra che l’Asia contro queste montagne, si sia frammentata in tanti piccoli cristalli, prima di adagiarsi sulle sterminate pianure russe. Ogni confine qui sembra impossibile da tracciare, ogni tentativo si aggroviglia in un garbuglio di storie, di racconti, di fedi.
Mentre di dirigiamo a Vardzja un cartello indica: confine Turchia 20 km. Qui il cristianesimo ortodosso sfiora l’islam, sopravvissuto a secoli di oppressioni. I martiri non si contano. Deve essere per questo che ogni celebrazione liturgica è così satura di fede, di preghiera, di misticismo. Radicati nella terra con radici profonde, che nessun vento, né quello islamico del sud, né quello sovietico del nord è riuscito a strappare. Chiesette piccolissime, con i muri segnati dai resti di affreschi antichi. Ci sono sei-sette fedeli, di più quasi non ci starebbero, eppure i padri, con le loro lunghe barbe austere infondono una passione profonda nel recitare preghiere e canti. Piccole candele gialle tremulano sotto quelle voci baritonali.
L’autista si fa il segno della croce, ogni volta che vede un monastero. A un certo punto rallenta. Stanno riparando la strada. Gli operai fanno segno di passare, lui si ferma, apre il finestrino e regala loro cinque o sei bottiglie di acqua minerale. Un piccolo, profondo gesto di solidarietà. Gli operai ringraziano sorridenti sotto il sole.
Il tubo giallo ti insegue, inesorabile filo di Arianna che sembra legarti a qualche luogo lontano che non sai. A un certo punto però il tubo scompare. «Finisce il gas. Non tutti ce l’hanno e in Georgia non ce n’è». Così nella regione di Megrelia si va a legna o gasolio. Orfani del tubo giallo, i georgiani dell’ovest non ricevono uno dei prodotti su cui si arricchiscono alcuni paesi del Caucaso.
«I megreli sono furbi, non si fidano di nessuno e nessuno si fida dei megreli» dice Natìa con il suo curioso accento. Poco più di trent’anni, ha studiato a Firenze e parla un ottimo italiano. Ogni tanto cambia gli accenti, perché, mi spiega, in georgiano non ci sono e le parole si possono accentuare come si vuole: «Puoi dire madlòva, grazie o anche màdlova, non cambia». Natìa è anomala come guida, conosce benissimo la sua terra, tanto il suo passato quanto il suo presente e non ha timore a esprimere critiche anche feroci non solo contro i russi, ma anche contro i governanti georgiani. Ci illustra le vicende degli ultimi decenni, il periodo post-sovietico la appassiona, racconta con sguardo critico e lucido, con passione e chiarezza. Ironizza su Putin che si fa il lifting. Racconta delle tante mafie che corrodono il paese, delle diseguaglianze, dei tanti problemi irrisolti. Non si limita a descrivere ciò che vediamo, va oltre, ci porta nel cuore della vita quotidiana.
Intanto la strada comincia a salire verso le montagne. «Qui nello Svaneti la mafia prospera sul confine. Si contrabbanda marijuana e altri prodotti». Risulta difficile conciliare lo spettacolo che la vallata ci offe via via che si sale, le quinte innevate delle vette, le nove cime ghiacciate dello Shkhara con la mafia. Ma questa è terra di frontiera, crocevia di traffici forse da sempre. Un confine che si spezza in tanti altri confini e ogni versante porta acqua a popoli diversi. Quanto diversi? Quel poco che basta a pensarsi diversi, a non voler condividere con gli altri. Forse anche il Caucaso, come i Balcani, inizia là, dove finisce la logica.

MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2
text-align-justify