Il granaio del cielo non può mai essere pieno
Ogni venerdì mattina a Ouagadougou il Mogho Naba esce dal suo palazzo. Ad attenderlo sul vasto piazzale, un cavallo bardato alla foggia araba e una folla di notabili che si inchinano ai suoi piedi nei loro ricchi abiti damascati. Il Mogho Naba è il capo supremo dei Mossi, l'etnia più grande del Burkina Faso. Un popolo di guerrieri che nel medioevo trasformò queste terre in un potente regno.
La moglie di un Mogho Naba del passato si recò un giorno al suo villaggio natale per rendere omaggio ai genitori, ma non fece ritorno. Il sovrano decise allora di muovere guerra ai rapitori, fece preparare l'esercito, ma la folla fuori del palazzo lo supplicò di non partire. Il re si lasciò convincere e la guerra fu evitata. Ancora oggi, tutti i venerdì, il Mogho Naba, rievoca questo evento. Al termine della cerimonia i notabili, con la spada nella mano, si salutano e salgono sulle automobili. Il traffico continuo ed ossessivo dei motorini continua indifferente per le strade polverose della capitale.
Il palazzo del Mogho Naba sorge ormai alla periferia di Ouagadogou, dove le abitazioni si fanno più rade e tutto ha l'aria di essere provvisorio e incompleto. La città è cresciuta a dismisura, quintuplicandosi in pochi anni, irrispettosa e indifferente all'autorità del vecchio sovrano. Il Marchè Central, una grande tettoia in muratura a più piani, voluta da Thomas Sankara, è il vero cuore della città. Sugli scivoli in cemento che affiancano le scalinate i bambini giocano al toboga, seduti su di un pezzo di cartone. I posteggi sono strapieni di motorini, vero simbolo della città. Scorrono lenti, compatti, quasi a formare una massa unica, fumante, un lungo tapis roulant che percorre le vie della città. Trasportano giovani impiegati con camicie alla cinese, studenti in jeans e berretto da baseball, eleganti segretarie con i capelli stirati e gli abiti attillati sopra il ginocchio, signore bene i cui sederi strabordano dal sellino, commercianti carichi di polli, vasi, pentole, legno, carbone.
Attorno al Marché Central si aggirano i tuareg che hanno lasciato i loro orizzonti fatti di sabbia e silenzi per finire nei quartieri più squallidi della città, quelli oltre la diga, dove le abitazioni sorgono spontanee e l'azione di delimitazione dei terreni da costruzione non è ancora arrivata. Avvolti nei loro inutili turbanti digiuni di sabbia, inseguono, mostrando pacchiani oggetti d'artigianato, i pochi bianchi che attraversano la strada per raggiungere la "Gourmandise", il ristorante dalla cui terrazza si domina la strada sotto¬stante ed il mercato.
Il Marché Central rigurgita di vita. Ingoia centinaia di persone e le risputa fuori nel sole delle scalinate. Attorno si alzano un po' a casaccio, i palazzi moderni delle banche e delle grandi società straniere. Palazzi che ostentano facciate di vetri a specchio che riflettono le rare nuvole di passaggio rendendole più cupe e minacciose. Ai piedi di questi gelidi rifugi ad aria condizionata inizia la città.
Ouagà non è ancora riuscita a conquistare definitivamente la brousse che la circonda. Lungo il boulevard de la Revolution, una sorta di via crucis del potere, un lungo viale che scorre tra ministeri dai nomi complessi ed altisonanti, alcune capre cercano qualche ciuffo d'erba e un po' di riparo dal sole. All'ombra degli alberi di nim, immobili ed impolverati come i venditori ambulanti che vi stazionano sotto, un paio di asini osservano indifferenti il fitto traffico di motorini e di pesanti biciclette cinesi. Nugoli di avvoltoi affollano i dintorni dei bidoni dell'immondizia.
Il palazzo presidenziale blocca il boulevard e costringe tutti a girargli attorno. Sembra guardare la città dall'alto e da lontano. La patrie ou la mort, nous vaincrons recita il motto rivoluzionario che accompagna il simbolo del Burkina Faso. Una zappa e un mitra incrociati minacciano la popolazione dalla facciata del palazzo che sembra inanimato. Non una persona sulla ghiaia dei viali, non una luce di sera. Nulla. Solo quello stemma e quel motto che tradisce forse meglio di ogni altra cosa la crepa profonda che spacca in due l'Africa di oggi. Sovrapponendolo ad un motto e ai simboli della nostra passata dittatura ci si accorge che la zappa ancora attende l'aiuto di un aratro per tracciare i solchi, ma a difenderli, al posto di una semplice spada un feroce mitragliatore simboleggia il progresso.
Alle sette di sera i gendarmi iniziano il loro solito lavoro di recinzione. Tutte le strade che corrono attorno al palazzo vengono sbarrate e presidiate da soldati armati. Alle undici le transenne vengono spostate centinaia di metri più avanti aumentando ancora di più l'isolamento del presidente. Blaise Compaorè conosce la paura e sa che la gente non lo ama. I burkinabè avrebbero sopportato tutto, come sempre, angherie, soprusi, sfruttamenti, tasse ignobili, ma non l'uccisione di un fratello. Blaise, come viene abitualmente chiamato il presidente, ha ucciso Thomas Sankara che era suo fratello nel senso in cui lo intendono gli africani. Erano dello stesso villaggio, avevano studiato, mangiato e dormito assieme.
Ogni anni il 15 ottobre una grande folla di gente si dirige verso la periferia orientale di Ouagadougou. Cittadini della capitale, ma anche gente venuta dal Mali, dal Ghana, dalla Costa d'Avorio e da molti altri paesi dell'Africa Occidentale. La meta è un semplice parallelepipedo in cemento, spoglio e spigoloso, con una targa nera: Cap. Thomas Sankara 1949-1987. Il minimo che Blaise potesse fare per l'uomo che ha dato una delle poche speranze all'Africa di oggi. L'uomo che a quasi dieci anni dalla sua morte attira ogni anno, nell'anniversario del suo assassinio, folle di seguaci che ripetono: "Sankara è sempre tra noi". Sankara lo chiamano, non Thomas, non per nome come è abitudine burkinabè chiamare i presidenti, ma Sankara non era solo un presidente. La sua voce grida ancora oggi dai muri della città. CONSOMMONS BURKINABE riportano le scritte, ormai sbiadite da sole e pioggia. Oggi la fabbrica di tessuti Faso dan Fani ha chiuso. Nessuno compra più quell'abito che Sankara aveva imposto ai funzionari e invitato i cittadini a portare, per dare lavoro ai contadini del proprio paese.
«Sai, non passa un giorno che non parliamo di lui - mi dice un signore di mezza età - Lo vedevi spesso in bicicletta, girare per le strade. Una volta ha bucato ed è andato da uno di quelli che riparano bici e moto, sulla strada. Questo non l'ha riconosciuto. Quando ha finito Thomas gli ha chiesto quanto faceva.
«500 CFA».
«Sei matto? E' caro, te ne do al massimo 200».
«E' caro? Sai adesso con Sankara è tutto più difficile!» gli fa il ciclista.
«Perché dici così» risponde il presidente divertito, mentre la gente, che l'aveva riconosciuto, si radunava per vedere come andava a finire.
«Perché è dura, dura con Sankara. Bisogna sempre lavorare di più». Ride il signore: «Era duro davvero Sankara, ma ci ha fatto sentire fieri. Vai in Togo, vai in Benin, vai in Mali, nessuno è come i burkinabè. Fieri, sì».
Sono stato in Togo, in Benin, in Mali, in Ghana, tutti confermano le parole di quel signore e tutti ricordano Sankara come una speranza. Trovi la sua immagine, quel volto ironico e pensieroso, bello come tutti i bastardi, mezzo peul e mezzo mossi, sui camion della Nigeria, del Ghana, sugli adesivi, sulle magliette, sui muri.
Una sera alla Maison du Peuple di Ouagadougou proiettavano un documentario su Sankara. Il salone era pieno zeppo di gente. I militari controllavano l’accesso, impugnando minacciosi i loro mitra. Ben oltre l’orario previsto il documentario è iniziato. Immagini maldestre, montate male, spesso spezzate, eppure ogni volta che compariva il volto del capitano la folla esplodeva in un urlo da stadio. Era impossibile capire le parole, l’ovazione era continua. Persino i militari avevano abbandonato la loro aria da duri e qualcuno addirittura esultava assieme agli altri, quando gli occhi di Sankara, seduto di fianco a un impassibile Mitterand, si sgranavano con aria incredula alle domande dei giornalisti francesi.
«Io sul pulmino ho l'adesivo di Blaise - mi dice un autista di taxi brousse - Per viaggiare tranquillo, perché faccio sempre la strada di Po. Quando passo Po per entrare in Ghana, lo tolgo. In Ghana sono capaci di picchiarti se ti vedono con Blaise. Ti dico una cosa: il giorno che Blaise muore andiamo tutti a festeggiare». Tre anni è durato il governo di Sankara, dall'84 all'87. Pochi, pochissimi per quella pianura di speranze, malaccolte da tutti gli dei, che è il Burkina Faso. Tanti, tantissimi per quei contadini del Sahel che si sono visti arrivare una scuola in quasi tutti i villaggi e un posto di sanità primaria e due pasti al giorno garantiti. Sankara è stata una goccia enorme in quel mare di desolazione che è l'Africa odierna. Forse è vero, come ha detto Sennen Andiamirado, giornalista di Jeune Afrique, che è morto abbastanza giovane per evitare di commettere errori. Forse, ma non abbastanza giovane per non diventare una speranza.
Blaise l'ha ucciso e lo ha seppellito senza nemmeno i rituali tradizionali. Questo la gente non lo ha perdonato. A nulla sono valsi la riabilitazione, la proclamazione di Sankara eroe della rivoluzione, la triste giustificazione del "compagno che ha sbagliato". Gli antenati hanno fatto sentire la loro voce, questo la gente lo sa e sente che una giustizia esiste. Non in quei palazzi gonfi di aria condizionata dove si pronunciano proclami roboanti e si stendono piani irrealizzabili: nei villaggi, dove la tradizione vive ancora. Blaise ha avuto un figlio cranioleso poi deceduto. A nulla sono valsi i soldi del padre e gli interventi nelle migliori cliniche di Francia. «Sono cose che esistono ancora e che ci seguono sempre» dice la gente della capitale. Anche i ouagalais più giovani, quelli che detestano la vita del villaggio, che sono scappati proprio da quella tradizione che li costringeva in schemi troppo precisi ed a tempi troppo lunghi, temono la forza degli antenati. Il villaggio fa paura e fa paura le gente che lo abita.
Il senso di colpa di chi è emigrato in città riemerge ogni volta che accade qualcosa di importante. Allora i cinema, le boites a dancer gonfie di musica, i chioschi della LONAB, la lotteria nazionale, le corse dei cavalli, la televisione, smettono di affascinare. E' ancora la forza che viene da lontano a stupire. Sotto la coperta di modernità che sembra proteggere il cittadino, si infila, gelido, il soffio della tradizione.
Quest'anno le piogge sono in ritardo. Il cielo è sempre limpido e i vetri dei grandi palazzi non riescono a riflettere nulla. I bacini artificiali sono in secca, i ciuffi d'erba che spuntano dall'acqua ne denunciano il livello troppo basso. La città è senza acqua. Ogni giorno arrivano dai pozzi più lontani fusti di acqua il cui prezzo è triplicato. I contadini attendono la pioggia per piantare gli ignami. Il ministro responsabile invita la gente a pregare mentre nelle case dei benestanti i "boys" innaffiano i giardini e riempiono le piscine. Non piove a Ouagà e non piove a Ziniaré, il villaggio natale di Blaise. Non piove neppure nel resto del paese, ma alla gente non importa. Perché Blaise non ha abbandonato nella brousse il corpo del bambino? L'handicap dei neonati è causato dai geni della savana, che si sono impadroniti di loro. Per questo, dopo la morte, il corpo non deve essere seppellito: perché i geni se lo vengano a riprendere. La tradizione non è stata rispettata dal presidente. Il piccolo è stato seppellito con tutti i rituali previsti. La punizione ha così raggiunto la città ed il villaggio del presidente, indifferente all'autorità del potere politico.
Con un cammino contrario a quello della tradizione, che si è insinuata negli uffici più alti dei palazzi, trascinata, non vista, da funzionari vestiti all'occidentale, la città sfuma rapidamente in villaggio. Come le radici di un albero che vanno assottigliandosi via via che si allontanano dal tronco, l'asfalto si fa più rado, sfiora le roccaforti delle ambasciate circondate da ville e circoli esclusivi, per raggiungere i quartieri periferici.
Ai semafori i soliti ragazzini attendono sotto il sole con la loro lattina in mano: «Dieci franchi, signore, dieci franchi» cantilenano fino al verde, affacciati ai finestrini delle auto. Sono gli allievi delle scuole coraniche e vengono inviati ad elemosinare dai marabout per finanziare le scuole. Gli spigoli delle case si fanno via via più arrotondati, indecisi se imitare le forme delle abitazioni moderne o quelle delle capanne tradizionali in banco. Vista dall'alto, la periferia di Ouagà è un ammasso compatto di lamiere ondulate.
Monsieur Boukari siede davanti al cancello, la gamba gonfia ricoperta di fango appoggiata su di uno sgabello. E' anziano, ha tre mogli, otto figli e porta sul viso le scarificazioni caratteristiche dei Mossi. Parla dei costumi tradizionali, del matrimonio al villaggio: «Oggi qualcosa è cambiato, i giovani vanno in fretta. Sanno un sacco di cose». Lo dice senza astio né rassegnazione. Con la serenità di chi ha capito. La gente passa per la via e si inchina davanti a lui dilungandosi nei saluti rituali. E' anziano e, come dice il proverbio, «gli anziani e dio non sono compagni, ma hanno trascorso molto tempo assieme». Lontano, sull'orizzonte, si stampano i profili degli sporadici palazzi a più piani. Nella strada, sterrata e piena di buche un bambino ha legato con un filo una cavalletta ed ora la porta al guinzaglio facendola saltare.
Accanto alle case piccole costruzioni in fango dipinto. Sembrano piramidi sumere, a volte hanno però il campanile. Sono le craiches, costruzioni di fango a forma di chiesa, di campanile, di moschea, che i bambini costruiscono per Natale. Una sorta di presepio che per il resto dell'anno viene spesso preso dai polli come abitazione. Boukari è musulmano. Sul suo cortile si aprono le porte delle stanze delle mogli e dei figli sposati. La sua sta in fondo, proprio come nel villaggio. Nel cortile le donne pestano il miglio e nell'angolo ci sono gli orci per il dolo, la birra di miglio:«E' per vendere, noi non la beviamo». La musica di un registratore non cessa di ritmare ogni gesto.
La casa riflette in tutto e per tutto lo schema dell'abitazione tradizionale, il quartiere è in realtà un villaggio e la città un insieme di villaggi, ma qualcosa sta cambiando. Qualcosa che se non fa di Ouagà una città, non lascia che i quartieri siano villaggi. Alcune famiglie affittano le camere a degli uomini soli. Altre hanno trasformato i loro cortili in celibatorioms, piccole stanzette per singles, il nuovo prodotto dell'immigrazione dalle campagne. Il cammino verso la città ha spezzato l'antico ordine familiare, la sequenza delle eredità, la catena dei matrimoni. A Ouagà si cerca una nuova vita o forse si cerca solo di dimenticare l'altra.
«Noi la televisione non ce l'abbiamo perché siamo poveri. Solo i poveri non ce l'hanno». Perpetue ha ventiquattro anni e non si è ancora sposata.
«E' difficile qui in città. Siamo in tante. Al villaggio tutti ti conoscono, ma qui? Al villaggio c'erano i matrimoni combinati dagli anziani. Ora in città i ragazzi vanno con una, magari la mettono incinta e poi la piantano. Vanno con un'altra e via. Nessuno li controlla». Eppure anche lei preferisce la città. «Puoi fare un po' di commercio. Vai in Togo, comperi un po' di stoffa, slip per i bambini e rivendi tutto qui. In Togo costa la metà, basta non denunciare tutto alla dogana. Però rimani povero. Sai a volte penso che voi bianchi siate più intelligenti». Mi sforzo di convincerla che non è vero, che è questione di mezzi, ma decenni di colonialismo e neocolonialismo hanno insinuato in tanti africani come lei il complesso d'inferiorità.
«E' vero, è vero. Guarda tutte le cose che riuscite a fare! Noi qui non ci tiriamo mai su».
Mentre ascolto la voce dolce e triste di Perpetue la folla nella strada ha un'improvvisa accelerazione. I passi si fanno più svelti. Il lento fluire delle donne con i carichi in testa diventa più rapido, come i film degli anni Venti. Come spinta da un'enorme colpo di scopa la polvere si abbatte sugli occhi della gente e fa ondeggiare i motorini. Inizia a piovere e le capre si rifugiano sotto le tettoie in lamiera. La gente infreddolita corre verso le case. Le lamiere dei tetti iniziano a vibrare sotto i colpi del temporale.
Una ragazzina, con una vetrinetta piena di dolciumi sulla testa, inciampa in un buco e cade a terra fracassando tutto. Si rialza con lo sguardo triste, quasi stupita che sia potuto accadere. Poi raccogli i pezzi ed i dolci ed attraversa il vasto spiazzo della scuola di Paspanga. I piedi scalzi che inseguono il pallone sollevano nuvole di polvere ad ogni contrasto. Piedi robusti, già callosi, che si scontrano. Le bambine giocano alla settimana saltellando su di un piede tra i quadrati disegnati sulla terra. I più piccoli modellano con le dita lunghi palloncini gonfiati trasformandoli in diavoli, animali, forme senza senso.
Le porte chiuse delle aule sembrano minacciare quei giochi. Aule gonfie di bambini, ottanta, ottantacinque, schiacciati in quattro per banco a ripetere frasi imparate a memoria in una lingua che sa troppo di scuola per essere vera. Il francese diventa un codice sterile, buono solemente per rispondere alle domande del maestro. Domande sempre uguali, sempre poste nello stesso modo. E' una scuola cattiva, quella del Burkina, come è cattiva con i bambini tutta la società africana. Il giorno dei risultati saranno tutti lì, ammassati sotto il sole sugli scalini dell'aula. Facce graffiate dal sudore che attendono di sentire il loro nome. Il direttore legge con voce piatta e indifferente i nomi dei promossi in ordine alfabetico. Il sudore aumenta, a volte si mischia a qualche lacrima di chi ha sentito pronunciare il nome dopo il suo. Due bocciature significano l'impossibilità di continuare a studiare. L'impossibilità di sperare, soltanto sperare, in un futuro un po' meno duro. Qualcuno esce dal mucchio saltando ed urlando. Per quest'anno lui può ancora sperare.
Una società cattiva con i bambini. Come quel piccolo a cui i più grandi hanno rubato la cassetta da lustrascarpe. Piange per la strada, appoggiato all'insegna colorata di un barbiere. Mi prende per mano e mi racconta la storia del furto: «Non voglio l'elemosina nasara. Cinquecento CFA e ricompro la cassetta». Le vie della periferia scorrono tra centinaia di baracchini, come quelli del poulet televisé. Il pollo arrosto cotto nel grill che gira dietro a un vetro, come fosse in una televisione. Altro è il poulet biciclette, quello che arriva tutte le mattine dalla campagna sulle bici dei contadini che trasportano lunghe gabbie di paglia. Alcuni maligni affermano che il nome deriva dalla durezza delle cosce del pollo, come quelle di un ciclista.
I baracchini della LONAB, la lotteria nazionale, segnano tutte le vie, anche le più sperdute, come pietre miliari. E le code davanti al chiosco per acquistare i biglietti fanno venire in mente la pubblicità ossessionante trasmessa dalla televisione. Due mani da prestigiatore che si muovono nel nulla, gente che gioca e un vaso di terracotta, di quelli che le donne riempiono d'acqua e di granaglie, pieno di monete che eslode gettandole sulla gente. Il tutto accompagnato da una musica ritmata che fa LONAB! LONAB! LONAB! Il gioco, l'azzardo, questi sono i nuovi rituali del gran villaggio. Come quei foglietti rosa o azzurri che la gente fissa per ore, quasi ipnotizzata. Sono pieni di numeri e tabelline. Unica concessione all'asimmetricità la testa di un cavallo nell'angolo in alto. Li si vede in mano ai taxisti in attesa, sul tavolo dell'impiegato delle poste, nei bar. Tutti sono presi dalle corse dei cavalli. Corse che si svolgono in Francia, che non vengono trasmesse alla televisione. Neppure i nomi dei cavalli sono conosciuti. Si scommette su dei numeri, semplici numeri che dopo la corsa diventano vincenti o piazzati non si sa come né dove. Anche la pubblicità della PMUb, la lotteria delle corse ippiche, mostra visi inebetiti di gente incravattata e vasi pieni di soldi. La pubblicità televisiva sembra l'elemento che più accomuna, nella sua totale stupidità, i popoli di cultura più diversa. Tutti gli spot evitano la realtà presentando una farsa idealizzata che tradisce il desiderio di sembrare europei. Un distacco che sembra ricalcare quello del governo che indice con enfasi eccessiva una "Giornata di lotta contro la droga" in un paese che ha mille problemi, che tace i reali dati sull'AIDS, ma non sa cosa sia la droga.
Il taxi è una Renault resa informe dalle botte e dalle riparazioni. Una scritta invitante spicca sul cruscotto stracciato e polveroso «la vita è un viaggio il cui ritorno è la morte». L'autista annoda due fili e il motore prova a singhiozzare malvolentieri. Poi si avvia. Altri due fili penzolanti vengono fatti toccare per avviare i tergicristalli. La pioggia sta aumentando. L'autista compie l'operazione con una mano sola. Si vede che ha esperienza. Due colpi con le spazzole, poi stacca i fili:«La stagione delle piogge è lunga, monsieur!».
Al di là della terza diga che alimenta d'acqua la città, le abitazioni sono sorte spontaneamente, ancora nessuna mano ha raddrizzato le linee che serpeggiano tra le case. Qui abitano gli ultimi arrivati, i poveri, i tuareg e i peul. Stona la sagoma squadrata e imponente dell'hotel Silmandè, l'emblema del lusso apparente della città. L'acqua sporca non riesce a riflettere le luci pretenziose dell'hotel, né i suoi misteriosi vetri fumè.
Il mattatoio è stato costruito a nord, nel punto dove arriva l'antica pista del bestiame. Colonne di animali guidate dai peul che arrivano dalle terre del nord per alimentare le bancarelle di spiedini. Guardando bene sembra che sia stata la brousse a raggiungere la città e non il contrario. Eppure Ouagadougou convive con se stessa come con un'amante straniera di cui non si capisce la lingua, ma che dà piacere a letto.