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Silmandé

L'hotel Silmandè sorge alla periferia di Ouagadougou. Una costruzione alta, squadrata, ricoperta di vetri a specchio che assorbono le macchie bianche delle nuvole, rendendole grigie e tristi. Silmandè significa mulinello in lingua morè. Quei mulinelli di polvere alzati dal vento che batte la brousse. Gli abitanti dei villaggi dicono che sono gli stregoni o i genies che si spostano.
L'hotel Silmandè non ha niente di tutto questo. Niente dell'armonia che segna la brousse. La sua sagoma sproporzionata incombe sul lago torbido che tenta di raccogliere l'acqua per la città. Quando la pioggia scarseggia, il lago si affloscia, mostrando le ossa molli del fango che sta sul fondo. La gente dice che nelle acque del barrage vive un mostro e che ha già ucciso un bue. Senza mangiarlo però. Nemmeno i sacrifici dei feticheurs sono riusciti a cacciarlo. Nel bar semibuio e gelido del Silmandè non sanno nulla del mostro e se lo sapessero forse ne riderebbero. O forse no, almeno i camerieri. Come tutti gli hotel africani di lusso è pieno di ragazze truccatissime, con il capo carico di treccine troppo accurate che attendono i bianchi di passaggio. «Ragazze da bianchi» dicono qui. Nessuno le sposerebbe mai. Forse neppure loro sposerebbero mai un burkinabè. Qualcuna riesce a diventare la moglie di un bianco. Altre vivono al ritmo dei contratti che la cooperazione occidentale assegna ai suoi dipendenti.
«Vuoi?».
«Grazie».
Lei era sdraiata a pancia in giù e guarda la piscina.
«Domani ancora a colorare zanzare?»
«E tu a chiedere alla gente con chi si sposa e perché?»
Da giorni andavamo avanti a prenderci in giro. Lorenza è a Ouagà per un dottorato in entomologia, io sono appena tornato dai miei villaggi del Benin.
«Se giochiamo a chi è più inutile, mi sa che perdi tu»
«Vero, però noi antropologi siamo un po' meno buffi»
Le nuvole passano veloci e leggere nel cielo, ma riflesse sui vetri dell'hotel sembrano immobili.
«Un vantaggio però io e te ce l'abbiamo: non siamo dannosi. Mica poco qui in Africa!».
«Io però entro in crisi tutte le volte che qualcuno mi chiede quanto costa il biglietto d'aereo»
Lei sorride. Un sorriso imbarazzato, rassegnato: «In fondo delle zanzare non me ne frega più di tanto. Però mi andava l'idea di fare ricerca qui»
«Siamo malati?»
«Almeno non scappiamo, come fanno tanti»
«Parli di quelli della cooperazione?»
La facciata di vetri neri dell'hotel sembra ingoiare le persone che entrano dalla porta. Svaniscono in quello sfondo scuro per poi riapparire. Come un gioco di prestigio.
«Non dico tutti, ma c'è gente che viene qui perché ha dei problemi da noi. Qui è più facile»
«Strana fauna gli Europei in Africa»
«C'è chi ci crede, quelli con lo spirito missionario»
«Sono i peggiori»
«Dai!»
«E' vero, vengono ad aiutare il povero negro, a portare lo sviluppo. Dopo 30 anni di cooperazione l'Africa sta peggio di prima!»
I bicchieri di birra si scaldano nel tepore del tardo mattino, mentre continuiamo a parlare. Nella piscina ci sono ora alcune ragazzine burkinabè. Figlie di famiglie bene, che possono permettersi questo lusso. Il resto è tutto di bianchi silenziosi che stanno all'ombra delle payottes a leggere libri di spionaggio.
«Mangi qualcosa?»
«Volentieri»
Vado a ordinare i sandwiches.
«Si dice "un" Coca?»
«Sì, è maschile»
«Non lo sapevo».
Il cielo adesso è pulito. Appena un po' tremolante nella luce del mezzogiorno. Non ci sono nuvole e la facciata è ancora più nera.
«Così stasera torni»
«Sì»
«Contento?»
«Non sono mai contento di tornare. I primi giorni che sono in Italia non sopporto niente e nessuno. Poi mi riabituo»
«Ma tu rimarresti a vivere qui ?»
«Sinceramente no. E tu?»
«Nemmeno. Forse in questo siamo meno coraggiosi di loro»
«Dei cooperanti?»
«Ci vuole davvero più coraggio a stare qui?»
«Io non so mai bene cosa voglio. A volte mi piacerebbe riuscire a stare tranquillo in un posto, con qualcuno. Essere soddisfatto. Stare all'ombra, seduto. Non come faccio io, sempre all'ombra di niente».
Il caldo sta spingendo tutta la gente dentro la piscina. E' imbarazzante essere lì a scordarsi della brousse arida e sbiadita che sta tutto attorno. Fuori ci sono le forme incerte e provvisorie delle abitazioni dei peul, arrivati a Ouaga per scordare sete e fame, dei tuareg ridotti a vendere assurdi oggetti di artigianato, dei poveri della città. Alle spalle i villaggi mossi, con i loro granai di paglia che sembravano i disegni dei fumetti. La brousse non riesce a entrare in questo hotel costruito e gestito dagli Svizzeri. Solo le nuvole violano l'anonimato di questo posto.
«Hai ancora sonno?»
La sera prima eravamo andati in discoteca, al Jimmy. La pioggia estiva aveva divorato le strade e un uomo freddoloso, infagottato in un impermeabile, attendeva i clienti per accompagnarli fino alla porta al riparo di un buffo ombrello a spicchi colorati. Dentro era un frullato di luci e di bicchieri pieni di ghiaccio. Le ragazze africane indossavano sgargianti abiti da sera, lunghi, con pizzi esagerati. Stavano sedute sugli sgabelli in attesa di un bianco che le invitasse. Alcune, poche, indossavano minigonne aderenti ed erano sempre lì a tirarle giù ogni volta che i movimenti della danza le facevano salire. Il padrone era un ragazzo alto, allampanato. Il collo stretto dalla cravatta ed una cordialità fin troppo ostentata. Si vedeva che era orgoglioso del suo locale. Avevamo ballato un po' con gli altri, ma eravamo entrambi fuori posto in quell'ambiente. All'uscita la pioggia era cessata e la terra odorava di marcio.
«Tornerai?»
«Sì, sicuro, devo finire la ricerca»
«Anch'io, anche se non devo finire niente»
«Arrivano i miei amici»
Soulemayne e Pascal sono venuti a prendermi per accompagnarmi poi all'aereoporto. Ogni volta che parto vogliono assolutamente essere loro ad accompagnarmi. Abbiamo viaggiato molte volte assieme, siamo amici. Soulè arriva con il suo passo zoppicante, guardando attorno quella gente, un po' spaesato, Pascal è sorridente, sicuro di sé, come sempre.
«Ieri Soulè aveva il processo»
«Che processo?»
«Te lo racconta lui»
La strada asfaltata che taglia il Burkina Faso da ovest a est, scorre piatta e diritta attraverso la piana regolare del paese. Radi villaggi dai caratteristici granai in paglia, punteggiano la pianura, mimetizzandosi nel giallo della brousse, per poi balzarne fuori durante la stagione delle piogge, quando l'erba torna verde. A Fada N'Gourma la strada si biforca. Il ramo di destra lascia la rotta principale, che conduce a Niamey e piega a sud, verso il Benin. Di qui svoltano i taxi brousse che conducono regolarmente, il mercoledì e il sabato, i burkinabè a Tanguieta, il primo mercato al di là del confine con il Benin.
Poche centinaia di metri dopo il bivio l'asfalto compie una brusca svolta a sinistra. Una curva di 90° secchi, forse l'unica del paese. E' stato qui che un sabato sera di 4 anni fa, Soulemayne ha avuto l'incidente. Soulè stava guidando il suo solito pulmino, un Toyota color kaki gonfio di gente. Stava imboccando la curva, quando ha visto arrivare l'altro veicolo. Forse i freni non funzionavano, forse il carico eccessivo o un colpo di sonno, Soulè si è accorto subito che quello stava venendogli addosso. L'accelerata per sfuggire all'impatto è stata inutile. Il pulmino è esploso sotto l'urto con il suo carico di persone pigiate. Due morti e per Soulè un grave incidente al piede che lo farà zoppicare per tutta la vita.
«Sono passati quattro anni, ieri hanno concluso che avevo ragione. Il mio principale, il padrone del pulmino, ha preso 6 milioni di CFA come indennizzo. Sai a me quanto ha dato? 40.000 CFA». Soulè scuote la sua testa rotonda da bambino invecchiato. «Il pulmino era costato 3 milioni, ne ha ricevuti il doppio e a me niente. Adesso quando mi incontra ha vergogna, non mi guarda in faccia. Tutta la gente della gare è dalla mia parte».
«Io gliel'ho detto di convocarlo in tribunale - dice Pascal - ma lui non vuole. Sai com'è Soulè è musulmano. Lui è molto religioso e dice che bisogna perdonare. Io l'avrei citato».
Soulè ha 40 anni e con i suoi 25.000 CFA di salario deve mantenere i suoi tre figli e i numerosi parenti che vivono al villaggio. E' l'unico della famiglia ad avere un lavoro.
«Bevete qualcosa?».
«Non qui, è caro».
«Dai, offro io, è l'ultimo giorno».
«Io una birra, Soulè una bibita».
«Sai - mi fa Soulè - se riesco a mettere un po' di soldi da parte, compro un videoregistratore e una TV. Io ho un cortile grande, noleggio la cassetta per 1000 CFA e alla sera i ragazzi vengono a vedere il film. Faccio pagare 50 CFA a testa, se ne vengono una cinquantina, guadagno 1500 CFA al giorno, 45.000 al mese!».
Le nuvole hanno ripreso a correre pigre nel cielo, ma sui vetri dell'hotel sembrano sempre immobili.

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