MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2

Fratel Vincenzo

"Conosciamo chi amiamo, non chi ci ama"

Non so se Dio esiste, ma se è così, non può non amare frate Vincenzo. Altrimenti non avrebbe ragione di esistere. Due piedoni callosi che sporgono dai sandali consumati e una barba grigia che tocca la croce sbiadita, cucita sul petto. Sotto la tonaca, chiusa in vita da una cintura di serpente che gli stringe la pancia, una maglietta e i pantaloni corti. Vincenzo è un padre Camilliano. Da oltre venti anni si occupa degli emarginati di Ouagadougou. Vent'anni sotto un sole che non l'ha rammollito per niente. Forse ha segnato il suo fisico un po' più profondamente di quanto i suoi cinquattott'anni chiederebbero, ma chi avrebbe il coraggio di dire qualcosa?
Vincenzo è napoletano e napoletani sono il suo francese e nel suo morè. Tutti uguali, stessa cadenza.
«Prima avevo una Toyota bianca, ora ho una Nissan blu. L'avevo appena cambiata che un giorno mi ritrovo senza le quattro ruote. Allora vado dal capo dei ladri. Quello sta sempre lì, vicino alla stazione di benzina. Gli ho detto: "Beh, siete impaz¬ziti a rubarmi le ruote?". "Padre - ha detto - dovevate dircelo che avete cambiato macchina!"». Vincenzo ride. I tanti anni di Africa non gli hanno tolto l'accento né il gusto dell'umorismo. Forse è questo che lo ha fatto sopravvivere a Ouagadougou, un ammasso di quasi un milione di persone che non ha ancora scelto se essere una città oppure un grande villaggio.
Una fede incrollabile e un'intraprendenza tutta napoletana, così frate Vincenzo ha messo in piedi un enorme centro di accoglienza dove 360 donne anziane sono scampate a una morte sicura, fatta di stenti, abbandonate nella brousse. Vincenzo arriva al centro di accoglienza come sempre, con l'auto carica di ragazzi dall'aria seria, che ogni giorno affrontano la sua sfida alle buche delle strade, aggrappati ai tubi del cassone: «Dai, dai, a lavorare».
Un'anziana donna mostra il suo unico dente aprendo un sorriso felice. Vincenzo la prende sottobraccio: «C'ho 360 donne, e chi ne ha tante così? E' che non ho nemmeno il tempo per le tentazioni!» dice ridendo.
Donne sterili o forse capitate in mogli ad un marito sterile. In ogni caso la colpa è loro, una colpa grave in Africa la sterilità. Vengono così abbandonate, dal marito e dalla loro famiglia. Lasciate morire. Donne accusate di stregoneria e allontanate dai villaggi per paura. Donne anziane i cui figli hanno lasciato il villaggio per la Costa d'Avorio, per una vita di speranza, di soldi, di birra e di puttane. Madri rimaste senza figli che le possano mantenere. Tutte destinate a questa immensa tomba che è la brousse saheliana. Una prigione estrema, fatta di sole arrogante, di scorpioni e di niente da mangiare. Vincenzo ha strappato alla brousse alcune delle sue vittime. Ora sono lì, sedute nel grande cortile, chi fila il cotone, chi pesta il miglio o spacca la legna. Le anziane vivono in comunità gestendo collettivamente le risorse di grano, miglio, acqua ed altro. Vincenzo ha organizzato delle squadre che fanno corvèe di una settimana e preparano il cibo per tutte. Le donne lavorano i campicelli che Vincenzo ha acquistato in riva al bacino artificiale.
«Un giorno ho visto degli olandesi che provavano delle pompe a mano. "E' un modello sperimentale" mi ha detto il capo. Allora venite a provarle da me. Così me ne hanno piazzate due qui al centro. E vanno benissimo. Bisogna anche un po' arrangiarsi. Soldi non ne abbiamo molti, ma con l'aiuto del Signore...»
Il grande cortile sembra quello di un asilo. Non ci sono bambine, solo anziane donne che arrivano con un carico di legna, che camminano ancora diritte, nonostante l'età, sulla riva del fiume. Altre, sedute, fanno scorrere lente il filo di cotone che esce dal fuso, all'ombra di quelle tettoie, che a uno sguardo ignaro potrebbero sembrare tristi o squallide e che sono invece il monumento a un'impresa che nessuno esalta.
«A volte torno in Italia, ma devo dire che mi fa schifo tutto. Qui c'è miseria, ma ci sono ancora dei valori. Qui l'uomo conta ancora qualcosa». Sembrano frasi retoriche e anche un po' retro se si guarda allo sfacelo sociale e psicologico di tanti giovani cittadini dell'Africa. Eppure Vincenzo ha saputo cercare. Insaccato nella sua tonaca, con i grossi piedi che sembrano scappare dai sandali, la lunga barba bianca che suscita curiosità e stupore nei bambini del posto, prosegue infaticabile nel suo lavoro.
Nel quartiere di Paspanga sorge il villaggio dei lebbrosi, un'altra delle sue realizzazioni. Un centro di raccolta, cura, ma soprattutto di reinserimento. Con una lucidità che spesso manca a molti enti di cooperazione, Vincenzo ha fatto di quest'altra piccola comunità un gruppo vivo e soprattutto inserito nella società. I lebbrosi vengono curati e impiegati nel lavoro dei campi. I prodotti sono poi venduti al mercato contribuendo al mantenimento della comunità stessa. Non un'isola da evitare quella di Paspanga, un covo di reietti e disperati, ma un gruppo di persone che Vincenzo ha aiutato ad uscire dal tunnel della malattia con incentivi nuovi e grande dedizione.
Mentre mi spiega il funzionamento del villaggio si avvicina una donna con una bambina: «Padre - dice in moré - la bambina dovrebbe andare a scuola, ma non ci sono soldi».
«Passa da me, qualcosa facciamo. Che ci vuoi fare? Vedre¬mo». Una donna gli offre dei fiori. Risale sulla sua auto carica di ragazzi e riparte sollevando polvere.
«Adesso stiamo cercando di aprire un centro per i malati di AIDS. Sono tantissimi, una vera piaga qui a Ouagadougou». I dati sono impressionanti, uno su tre è sieropositivo e le cifre non sembrano destinate a diminuire. L'elevata frequenza di rapporti casuali e le scarse precauzioni favoriscono il diffon¬dersi di questa malattia che potrebbe portare la popolazione africana ad una drastica diminuzione nei prossimi anni.
«E' dura, ma dobbiamo andare avanti - dice Vincenzo lisciandosi la barba. Noi siamo come i rubinetti. E' lui che ci dà l'ac¬qua» e guarda verso quel cielo sporco e opaco che opprime Ouagadougou d'estate. Ripartiamo e i ragazzi si attaccano ai tubi dell'auto per non cadere agli scossoni della strada. Sono giovani seminaristi che lui sottrae di tanto in tanto agli studi per insegnare loro a medicare, ad assistere, e soprattutto ad essere vicino a chi soffre. «Mi ricordo sempre quello che mi disse un vecchio missionario. Tu vai bene qui, hai un bel carattere, ma per favore, non confondere le idee a questa gente».

MARCO AIME - LOGO UFFICIALE v.2
text-align-justify