"Quando un bambino sbaglia, tutti hanno sbagliato"
L'alba si annuncia sporca e affollata, come ogni giorno a Ouagà. Artisti dell'equilibrio su due ruote, i contadini provenienti dai villaggi, pedalano stracarichi per portare le loro merci ai mercati cittadini. Le strade sono invase dalla fiumana di motorini, che invade la città nelle ore di punta. Gli stessi che gli addetti dei posteggi pubblici allineano meticolosamente, raggruppandoli per colore, uno accanto all'altro, tutti con la ruota girata dalla stessa parte e un numero, scritto con il gesso, sulla sella per identificarlo.
Flo, rannicchiata sulla stuoia, vicino alle sue due cuginette, dorme ancora. Petit, la madre deve chiamarla due o tre volte, prima che i suoi occhietti tondi riescano a trovare la voglia di aprirsi e di infilarsi nel grigiore del mattino. I piedini assonnati si infilano quasi per istinto nelle ciabatte giapponesi. Fuori è freddo, l'harmattan soffia le sue rabbie desertiche sulla pianura e per i burkinabè, abituati al caldo saheliano, i 15 gradi del mattino sono duri da sopportare. Le bambine si vestono rapidamente con tutto quello che hanno: passamontagna, maglie, giubbotti e, con i piedi nudi, si infilano nei quattro chilometri di brousse che separa il loro quartiere dalla scuola. Flo e le cuginette devono percorrere questa strada quattro volte al giorno.
Il cortile della scuola si affolla di bambini che arrivano da ogni parte della città. Qualcuno, più fortunato, arriva sul motorino della madre, la maggior parte a piedi. Nel cortile iniziano ad allinearsi anche i motorini degli insegnanti. Flo ha 5 anni e mezzo e frequenta la CP1, il primo anno di Course Primaire. Prima che la maestra arrivi a metterli in fila, i bambini si armano di scopette e iniziano a spazzare le aule e il cortile. Poi, tutti il fila, braccio teso e mano sulla spalla del compagno davanti, i 94 allievi della signora Zenabo entrano in aula.
La maestra, un donnone dalla voce potente e decisa, avvolta nei colori sgargianti dell'abito tradizionale, sembra ancora più grossa. Il tono imperioso, che usa quando parla dalla cattedra, si addolcisce quando scende tra i banchi a guardare i lavori dei bambini. Non ci sono quaderni, solo lavagnette. Alcuni hanno solo una tavoletta di legno levigata.
«I quaderni costano troppo e una volta finiti si devono buttare. Qui ogni famiglia ha almeno quattro o cinque figli e la lavagna passa da uno all'altro - dice Zenabo - E poi come farei a controllare 94 quaderni? Con le lavagnette do un'occhiata e via. Vedo subito chi ha sbagliato». I bambini tengono le lavagnette alzate con il risultato dell'addizione proposta dalla maestra: 3+2. Uno ha scritto "4 o 5".
Treccine contorte, raffinate, sbarazzine, spuntano dalle testoline delle bambine, schiacciate in quattro per banco. Le bocche sono bianche dal gesso, spezzato a morsi per darne un pezzo al compagno.
La prima parte della mattinata è dedicata alla lingua. I bambini di Ouagà, abituati a parlare in morè con genitori, parenti e amici, devono esprimersi in francese. L'impatto con la scuola passa anche attraverso questa lingua nuova, isola solitaria in mezzo al mare di dialetti che segnano l'Africa. «Un africano medio parla almeno 4 o 5 lingue - mi ha detto un giorno un amico, dopo avermi elencato quelle che lui conosceva - Non puoi farne a meno, se ti sposti devi conoscere la parlata dei tuoi vicini. Nei villaggi sono in pochi a parlare francese».
Zenabo ha costruito un piccolo focolare in aula: quattro pezzi di legno, tre pietre e una pentola, una casseruola e un vaso di terracotta. A turno i piccoli si avvicendano attorno a quel finto fuoco ripetendo ad alta voce ciò che stanno facendo: «Je pose la marmitte sur le foyer. Je pose la casserole sur la table” e così via. Flo, la testa infilata in un passamontagna azzurro, sposta pentole e marmitte più grandi di lei, sbattendole sul pavimento. L'aula è un continuo gracchiare di colpi di tosse, frutto del freddo e dei piedi scalzi. Di tanto in tanto qualcuno esce a fare pipì, passando sotto il banco per non fare alzare i suoi tre compagni. Un bastone sbattuto contro una pentola rotta, appesa in cortile, annuncia che la prima parte delle lezioni è finita. La maestra dice di alzarsi in piedi e 94 voci ripetono: «Je me lève!”.
Si esce nel cortile e, dopo una pipì collettiva, ci si allinea di nuovo, mano sulla spalla del compagno, e si fa ginnastica. Il cortile della scuola è affollatissimo ora. I più grandi fanno esercizi ginnici, i piccoli giocano, correndo tra la polvere.
Zenabo mi parla dei problemi della scuola: il quadro è poco incoraggiante: «Forse uno su cinque frequenta la scuola, qui in Burkina Faso, ma è una cifra fasulla. Prima insegnavo in un villaggio del nord, in pieno Sahel. Là è diverso, le classi sono più piccole. Sono ancora meno i bambini che vanno a scuola: devono aiutare i genitori nel lavoro, e quanti sono i contadini che hanno i soldi per mandare i figli a scuola? La scuola costa cara, troppo, il nostro è un paese povero». Mentre parla non perde mai d'occhio i suoi alunni che frugano nella terra, allineando sassolini e bastoncini.
«Le femmine sono più penalizzate - continua Zenabo - perché devono aiutare le madri e crescere i loro fratelli. Sì e no una su dieci riesce a finire le elementari».
Si torna in classe, è l'ora della grammatica. Due bambini trascinano a stento un secchio pieno d'acqua. Con molti sforzi riescono a superare i due gradini che portano nell'aula, mentre una fila silenziosa si presenta davanti al secchio, senza che la maestra dica nulla. L'acqua serve a pulire le lavagnette. Zenabo ha scritto le vocali sulla lavagna e una "m" su una paletta di metallo, fissata su di un bastone. A turno testoline ricciolute e trecciute si alternano alla lavagna, prendono quella pesante paletta e la appoggiano via via davanti a ogni vocale, leggendo ad alta voce: «m ...a, ma, m...e, me, m...i, mi ...».
«Va bene, a posto» e via un'altra testolina che solleva la paletta, sbattendola sulla lavagna.
Un altro colpo sulla pentola annuncia che è mezzogiorno. In silenzio i piccoli riprendono le loro cartelle, di cartone, di pelle, qualche zainetto, borsette di tela e riprendono la strada di casa. Flo aspetta le due cuginette e assieme si incamminano verso casa. Un'altra volta attraverso quella spianata arida, che durante l'estate si allaga con le piogge e ti obbliga a fare un giro più lungo. Una delle cuginette tira fuori dalla cartella qualche caramella, che il tempo e il caldo hanno reso appiccicose. In un attimo le manine sono appiccicose come le caramelle. Lungo la strada passano ciclisti che spingono a fatica pesanti biciclette, asini che tirano svogliatamente carretti scassati, donne cariche di pesi e di figli avuti e a venire, bambini che fanno rotolare un pesante bidone. Alcune donne stanno setacciando il miglio. Nuvole di polvere e di pula sfumano nella luce giallastra del mezzogiorno.
Tre ore dopo Flo e le cugine sono di nuovo su quella strada secca, dove ora un gruppo di ragazzi gioca a pallone. Le lezioni continuano nel pomeriggio, è la volta dell'aritmetica. Per contare si usano bastoncini, tappi della birra, sassolini. Oggetti di scarto per noi, strumenti del sapere per altri.
Zenabo continua infaticabile la sua opera con quella classe incredibilmente silenziosa. I bambini, che tanti fratelli e cugini hanno abituato a stare stretti, si incastrano, si sovrappongono, si scavalcano senza una parola. Sono solo scricchiolii, cigolii, colpi, quelli che si sentono in quell'aula.
Zenabo osserva attenta quella massa in fermento che si accanisce sulle lavagnette, cancellano con i gomiti gli errori, le gambette troppo lunghe delle "p" e delle "g", le aste storte delle "d" e delle "b". Ride quando le dico che per noi, una classe di 94 bambini ha dell'incredibile: «Eppure le percentuali dicono che sono pochi! Vorrei averne 200 e che un giorno potessero tutti leggere e scrivere, che non dovessero subire, come fanno da sempre gli africani».
Anche la lezione del pomeriggio è terminata e Flo riprende per l'ultima volta a calpestare la terra assetata e rinsecchita della strada di casa. La polvere sospesa nell'aria ingrigisce nella sera. Le donne tornano a casa. Le più fortunate hanno solo bacinelle vuote, altre riportano a casa le loro poche merci. Petit, la mamma di Flo, è appena tornata a casa e sta preparando la polenta di miglio. Prima di mangiare Flo deve fare il bagno. Petit è andata dai koom-naba, i capi dell'acqua, che gestiscono i pozzi cittadini, a comperare un secchio d'acqua. Durante la stagione secca l'acqua dei bacini se ne va, come gli uccelli migratori e solo i pozzi riescono a dissetare il milione di abitanti di Ouagà. Nell'attesa le bambine hanno cominciato a scrivere con il gesso sul muro di casa le parole imparate oggi a scuola. Il cortile è un via vai di madri, zie, cugine, vicine di casa che entrano ed escono in continuazione.
Petit è una bella ragazza di quasi trent'anni. Alta con il viso sorridente e due grandi mani che tradiscono la sua origine contadina. E' di Ziniarè, il villaggio del presidente. Il padre di Flo e di suo fratello maggiore è rimasto al villaggio, quando Petit l'ha lasciato. “Aveva iniziato a bere e ad andare con altre donne. Delle sere tornava a casa con una di queste e mi cacciava dal letto. Quante notti ho passato sulla stuoia, mentre lui era con l'altra!”. Petit lavorava come cuoca presso la cooperazione italiana. Grazie all'appoggio degli amici italiani è riuscita a prendere la decisione e a chiedere il divorzio. Ora lavora come colf presso una famiglia italiana a Ouagà. Di tanto in tanto Petit riceve una telefonata: «Per dieci persone? Va bene. Tagliatelle al pesto? Gnocchi alla romana? Lasagne?”. Poi parte con il suo motorino per acquistare gli ingredienti. Petit ha imparato a cucinare benissimo i piatti italiani e una signora le ha regalato la macchina per fare la pasta. Da allora ha messo su una piccola attività per arrotondare lo stipendio. La fama si è sparsa grazie al passaparola tra i bianchi della città e i neri abbienti. Se si vuole organizzare una cena all'italiana, basta telefonare a Petit. La pianta di basilico che cresce nel suo giardino dà un ottimo pesto. «Sono sola a tirare avanti. Devo arrangiarmi”.
L'acqua è tiepida e Flo, un po' malvolentieri, si sveste per lavarsi. Strizza gli occhi sotto la spugna ruvida della mamma e il sapone che brucia. Dopo cena andrà a vedere la televisione dai vicini di casa, assieme a decine di altre persone, perché quella è l'unica TV del quartiere.