"Nemmeno Dio è abbastanza saggio"
I profili delle colline, resi smorti dalla polvere dell'harmattan, appaiono e scompaiono nel pomeriggio. La pista scorre veloce scuotendo di tanto in tanto la carrozzeria della vecchia Renault con qualche tratto di tole ondulée figlia di pneumatici lisi che rimbalzano ottusi sulla terra rossa del Burkina Faso.
Nel grigio polveroso che avvolge la piana saheliana, solo i tralicci dei ripetitori interrompono quella pastosità che ammorbidisce il paesaggio. E le moschee di Bani. Appoggiate su di una bassa collina, sembrano più grandi di quello che sono in realtà. Silenzio e polvere sono gli unici elementi che impregnano l'aria.
Una sera Tito Spini, con quel suo volto segnato dai mille pensieri spesi a studiare geometrie e spazi di tante popolazioni africane, mi disse, aprendosi in un sorriso che aumentava il numero delle pieghe del viso: «Ti sei mai chiesto perché a noi piacciono quei posti secchi e giallastri?». Parlava del Mali, del Burkina Faso, del Niger, di quei paesi che ingialliscono sotto i colpi sleali di un sole, che da alcuni decenni non ha più avversari di valore.
Me lo sono chiesto, ma le risposte sembrano scivolare via via nel banale e nel fasullo. Il Sahel, per noi, soprattutto non è, un luogo dove nulla sembra essere. Il Sahel mette inquietudine addosso, non ispira quella quiete, magari anche un po' paurosa, che infonde il deserto. Nel Sahel c'è l'uomo. Nemmeno il mistero affascinante della foresta, fitta di rumori appena accennati e dilatati dal silenzio, dove puoi immaginarti qualunque cosa. Nel Sahel non c'è mistero, tutto ti si apre sempre a perdita d'occhio. Non c'è mai nulla a nasconderti cosa sta oltre. Il Sahel è quella parte d'Africa che di solito non ci raccontano. Il Sahel è quel non essere che forse manca al nostro mondo dove tutto è, ed è fin troppo.
Dall'alto della collina si vedono le macchie verdi degli orti sulla riva del barrage. Chiazze di colore che tremano nel vibrare del sole invernale appena tiepido. Le donne sembrano una fila di formiche impegnate in un fitto via vai dall'acqua ai campi. Laggiù ci sono voci, forse canti, rumori di secchi che sbattono per terra e di pietre che macinano il miglio. Quassù però non si sente nulla, tutto sembra irreale e forse lo è. Anche l'uomo che arriva lento, con la zappa sulle spalle ed un abito stracciato. Saluta sorridente poi scompare scendendo per il pendio. Il sentiero si nasconde sotto i massi, mentre lascia la collina per scendere verso le poche case che circondano la Grande Moschea.
Come se qualcuno avesse girato la manopola del volume, i rumori iniziano a penetrare l'aria. Un canto ripetitivo, lento che si allontana e si avvicina continuamente. I muri di fango della Grande Moschea sembrano alzarsi via via che si scende. Il sentiero lascia le asperità della collina per accostarsi a quei muri fino a sfiorarli delicatamente. Il canto continua a salire e scendere lentamente di volume. Appoggiate al muro decine di tavolette in legno, con sopra scritti versetti del Corano, sbiadiscono nel sole, mentre in un angolo del cortile, all'ombra di un muro giallastro, un uomo silenzioso intinge una canna nell'inchiostro e ripete le preghiere su altre tavolette, già interamente sbiadite.
Un giovane, vestito di bianco, si avvicina sorridendo.
«Venite, venite a vedere come girano».
Cammina veloce e mi guida verso l'entrata della moschea. Dalla stretta porta di terra vedo passare il corteo: gente vestita di bianco che cammina reggendo delle bandierine bianche e rosse. Il canto ora è forte, sale lento, noioso, ma sempre più forte. Poi il corteo si piega e sparisce dietro l'angolo e con lui il canto. Il giovane fa segno di andare. Alzo gli occhi e vedo per la prima volta la moschea. Vibra leggermente nella luce indecisa del pomeriggio. Il cortile ora è deserto, fino a che il gruppo avrà terminato il giro delle mura.
«Girano così tutte le sere, fino al tramonto. Pregano e cantano, tutte le sere. Devi fermarti qui se vuoi capire, non puoi andartene, devi restare qui un po' di tempo perché questo è un posto unico al mondo».
Quando raggiungiamo la porta della moschea il canto si fa nuovamente sentire. L'ingresso sembra quello di un altro mondo, il sole morbido e vellutato del cortile si trasforma in sottili lame di luce che scheggiano appena il buio. Si cammina tra enormi colonne di terra che si susseguono con un ritmo silenzioso. Nemmeno il canto del corteo riesce a penetrare qui dentro. Il giovane si infila in una stretta porticina e saliamo dei gradini stretti e smangiati fino al tetto della moschea.
«Qui c'è la verità, solo qui c'è la verità. Puoi andare dove vuoi, girare il mondo, ma qui c'è la parola di Dio, qui c'è il suo profeta» e con la mano spazia tutto attorno. Ha gli occhi arrossati, parla con un fervore incredibile, si anima e gesticola parlando del profeta. All'inizio avevo creduto che si trattasse della solita guida, più o meno improvvisata, in cerca di qualche CFA, ma non era così. Più parlava e più si vedeva il suo entusiasmo: «Il profeta è stato vent'anni nella brousse, vent'anni! Poi è tornato qui e ha cominciato a parlare. Vedi queste moschee? Vedi quelle case? E' stata la gente che è venuta a costruirle. Tutto gratis, sono venuti qui dal Mali, dal Niger, dal Senegal per sentire il profeta!».
Il suo entusiasmo mi mette a disagio, non so cosa rispondere, invento alcune scuse per giustificare di non potermi fermare. Lui insiste, non posso capire nulla se non mi fermo, devo vedere, capire che non c'è altro posto come questo. Dal tetto della moschea si vede l'intero villaggio, una trentina di case che la circondano come per proteggerla. Il canto ora è chiaro e continuo. Scendiamo a tentoni, con gli occhi che cercano di riabituarsi al buio mentre i piedi scivolano sulla terra sbriciolata degli scalini. Riattraversiamo il cortile e ci infilammo nell'ombra di un recinto dove l'uomo con la penna continua a scrivere sulle tavolette.
«Aspettate qui» dice il giovane e scompare attraverso una porta. Riappare dopo un poco: «Venite», fa cenno con la mano. Entro nel cortiletto dove un anziano vestito di stracci siede all'ombra di un albero. Lo guardo in silenzio mentre lui fissa la terra davanti a lui. Il suo abito è stracciato, ma bianchissimo. Mi sembra di essere in una scena dell'Odissea, trasmessa dalla RAI negli anni Settanta: scene lente, silenzi gonfi di immobilità, volti segnati da mille storie, ancora silenzio, abiti di donne che ondeggiano lenti, polvere. Il giovane prende una piccola zucca piena d'acqua e me la porge. Nota la mia indecisione: «Non aver paura, è pulita, anche voi potete berla».
Rimaniamo a lungo in uno di quei silenzi insopportabili per noi occidentali. Mi accorgo di essere incapace a leggere quella polvere, quel caldo, quegli uomini. Non è la lingua che ci separa, è il silenzio. Potrei imparare la lingua di quest’uomo in qualche mese. Non so se potrei mai imparare quel silenzio.
Il profeta alza lo sguardo serio e inizia parlare velocemente, a scatti. Dopo ogni frase fa una pausa perché il giovane possa tradurre.
«Voi europei passate sempre di fretta, venite qui, guardate le moschee e ve ne andate. Nessun europeo si ferma mai a pensare, nessuno si accorge che qui è la verità, solo qui».
Mentre parla traccia linee confuse sulla terra con un bastoncino. Un bambino entra nel cortile e si siede accanto al vecchio.
«Voi siete in pericolo, state vendendovi tutto, come quelli alla Mecca. E' religione quella? E' per Dio che fanno quello? Solo per denaro, ma dentro sono vuoti, leggono il libro, ma non capiscono».
Prende un pezzo di carbone tra le dita ruvide e lo mostra quasi con rabbia: «Nero, nero, così è il loro cuore, nero! E' il libro la rovina, non bisogna leggerlo, bisogna seguire Dio - e si rimette la mano sul petto - Il libro è la rovina, il libro non è la preghiera, è commercio. Non è nel libro che bisogna cercare la parola di Dio. Dio non ha mai scritto libri, Dio parla».
Il cortile si gonfia di una strana atmosfera. Sento un senso di colpa per la mia voglia di andarmene e di lasciarlo lì a parlare, ma ha ragione quando dice che non ci fermiamo mai abbastanza. Guardo i suoi occhi perdendomi metà di quello che il giovane traduce sempre più enfaticamente. Sono profondi, emanano una forza non comune. Il giovane traduce sempre più in fretta come se quell'aumentare il ritmo segnasse il crescendo di questa predica. L'uomo inizia a citare personaggi della storia: Napoleone, Hitler, Moshe Dayan, tutti uniti da una forza che li ha fatti grandi, nel bene o nel male, non importa, ma li ha fatti grandi ed è per questo che noi li ricordiamo. Non riesco a capire cosa c'entri questo con la parola di Dio, ma di tanto in tanto il suo discorso ritorna sulla nostra decadenza e sulla falsità dei libri. Sono combattuto. Vorrei andarmene, scappare, non sentirlo più, ma qualcosa mi tiene fermo, seduto scomodamente su quella stuoia ad ascoltare quell'anziano. Forse la nostalgia di un mondo mai visto. Prima di andarmene chiedo se è possibile avere una di quelle tavolette in legno. Si accende una piccola discussione: «Non può portare via la parola di Dio, magari poi la mette in un angolo della sua casa, dimenticata!». Prometto di tenerla con la massima cura e il massimo rispetto. La discussione dura ancora un po', ma solo per inerzia e per non terminare bruscamente. Il giovane prende una tavoletta e me la dona leggendomi tutto ciò che c'è scritto.
Mentre risalgo in macchina, il giovane dagli occhi arrossati mi strappa la promessa che sarei tornato ancora a Bani. Due signori che attendono sul ciglio della strada mi chiedono un passaggio fino a Dori. La strada si allunga nuovamente tra la polvere e il piattume sempre più uguale del Sahel.
«Sei stato dal profeta?»
«Sì»
«Cosa ne pensi?»
«Interessante»
«Sì, sì»
La discussione va avanti un po' su questo tono. L'uomo di fianco a me vuole capire se può parlare liberamente o no.
«E' un po' strano ...» azzardo per aprire uno spiraglio. L'uomo sorride: «Strano? Per me è matto, matto, ma quelli che stanno con lui sono ancora più matti! Quello ha usato il wak».
«Cos'è un wak?»
«Un wak? Non lo sai? E' come un incantesimo. Per esempio, quando vuoi andare con una bella ragazza e questa non ti guarda, allora tu metti un wak nella sua acqua o nel suo caffè ed è fatta! Quell'uomo ha dei wak potentissimi, per questo tutti lavorano per lui. Gratis! Capisci gratis?» e si batte le mani sulle cosce per il gran ridere.
Guardo la mia tavoletta sbiadita appoggiata sul sedile posteriore. Sembra che il sole faccia svanire quelle preghiere scritte per portarle a destinazione, evaporate, ridotte nuovamente a parola.