"Ciò che hai visto lo conosci, ciò che non hai visto devi crederlo"
La strada attraversa quella terra, che da verde sfuma in giallo, scordandosi rapidamente delle piante tropicali che le davano un po' di respiro. Ora tutto sembra diventare sabbia, anche i visi della gente che cammina lungo la strada. Un eterno movimento di persone. L'Africa si muove sempre, non si ferma mai, come se una forza segreta spingesse tutte quelle persone lungo le strade. Giovani donne camminano con quel passo diritto, imparato portando tanti pesi sulla testa fin da piccole. Un'andatura armoniosa ai nostri occhi, ma che nasce da una fatica antichissima. Di fronte a me, schiacciato sulla stretta panca di legno, nella cavità scura della bocca di un'anziana signora, un unico dente biancheggia ad ogni sorriso. Ha la pelle raggrinzita e i seni allungati da chissà quanti figli. Accanto a lei una donna più giovane, dai fianchi larghi avvolti in un telo coloratissimo. Sorride a una testolina nera che sbuca da un involto altrettanto colorato. La mamma sorride mentre cerca di non far prendere troppi scossoni al bambino.
Ogni tanto qualcuno grida qualcosa all'autista oppure batte un colpo sul tetto della cabina e l'auto si ferma facendo scendere l'uomo con i suoi fagotti, mentre lungo la strada altre persone salgono sul cassone della Peugeot. Anche quest'auto è un continuo viavai. Niente qui sta mai fermo. L'auto piomba a Segou immergendosi nella vivacità del mercato. I colori delle donne sembrano sforzarsi per fare dimenticare la tinta rossastra che aleggia nell'aria. Sulle stuoie stese per terra i pochi frutti esposti attendono acquirenti. Dalle schiene delle donne occhieggia l'Africa di domani, piccole testoline tonde che si affacciano sulla confusione del mercato, oltre l'orizzonte delle spalle della madre. L'auto fa una sosta di pochi minuti e tutti scendono a comprare qualche cosa.
La donna con il bambino tira fuori dalla sacca una banana e ne dà un pezzo alla testolina che si sforza di mordere quel frutto così grosso. Faccio due passi attraverso il mercato osservando il ritmo silenzioso della gente che cammina carica di merce, della parlata a volte stridula degli uomini, dei colori che avvolgono quella piazza. Tre ragazzine con le calebasse in testa camminano guardandomi e ridendo divertite di quella insolita vista. Sembra che il rumore cresca continuamente. Mi avvicino a una donna che ha davanti a sé una grossa zucca coperta. E' birra di sorgo. Ne bevo un mestolo e poi un secondo, tutto di un fiato. La birra sale subito alla testa e la donna grassa, che se ne è accorta, scoppia a ridere. Chiede qualcosa e sta ferma con aria interrogativa e le mani a mezz'aria.
«Non capisco» dico scusandomi e lei si mette nuovamente a ridere.
A due passi, accanto ai mucchietti di ignami, una cassetta di legno con strane boccette. Sul coperchio tre figure disegnate. La prima è in piedi e si tiene la pancia con le mani in segno di evidente dolore, la seconda è chinata in avanti e dalla sua bocca esce un getto fortissimo rossastro, la terza è accovacciata ed il getto che esce dal sedere è altrettanto forte come quello della figura precedente. Una pubblicità quanto mai espressiva. Vorrei essere con qualche amico, per riderne insieme. Sono di nuovo vicino alla strada e le nuvole di terra alzate dalle auto, sommergono quello spettacolo, immobilizzandolo in una strana dimensione, come se il tempo cessasse di scorrere, come se tutto dovesse fermarsi lì fino alla prossima visita.
~
Preso dai sobbalzi dell'auto e dalla ricerca di una posizione sopportabile non mi sono neppure accorto del cambiamento. Il cielo si è gonfiato in maniera incredibile. Sembra stia per scoppiare. Il vento solleva nuvole di sabbia che rendono il paesaggio sfumato e nebbioso. Tutti i passeggeri si rannicchiano ridendo e coprendosi la testa per ripararsi dai primi goccioloni. La bufera di sabbia ha avvolto uomini e cose come una nebbia sottile e penetra negli occhi graffiandoli. Tutto rimane sospeso, come in un quadro. L'autista accelera per raggiungere le sagome marroni delle case che si intravedono nella polvere. Entrato nel villaggio sterza bruscamente, schizza fuori dalla porta e con due salti nel fango si mette al riparo sotto un tetto. Tutti i passeggeri saltano giù mentre la pioggia sembra non voler smettere di aumentare. Pochi minuti dopo la nuvola marrone riprende il suo cammino verso ovest in cerca di altri villaggi, la pioggia cessa, lasciandosi dietro cortili e strade allagate. I bambini corrono nell'acqua melmosa che raggiunge il ginocchio e si gettano nelle pozze ridendo. L'autista, che nel frattempo si è messo a scherzare con una ragazza dai denti enormi, viene strappato, con suo sommo dispiacere, dal suo menage, dalle battute e dalle grida dei passeggeri. Non c'è più polvere ora e la terra riprende il suo solito lavoro, ingoiando tutta quell'acqua per inaridirsi nuovamente.
Scendo alla deviazione che porta a Djenné. Non c'è nessuna indicazione, niente. Solo una pista rossa orlata di paglia giallastra che si stacca sulla sinistra. Mi siedo sul ciglio, ma non faccio neppure tempo a trovare una sistemazione comoda, che un camion scassato e rumoroso inforca la strada. Al mio gesto della mano il camion si ferma e per un bel po' di CFA mi fa salire nella cabina. Le braccia dell'autista si tendono sul volante ad ogni balzo dovuto alle buche.
«La strada è cattiva» dice serio, come se dovesse convincermi di quel fatto. La «strada»si abbassa lentamente fino a raggiungere le acque limacciose del fiume. Il cappellino di lana, rosso e giallo dell'uomo sulla chiatta è l'unica macchia di colore in quel brodo giallastro che sembra inzuppare la pianura. Il camion si arresta sulla riva e l'autista, aiutato da altri due giovani che sono sbucati fuori dal cassone, comincia a scaricare i sacchi di merce. Mi metto a dare una mano e in meno di mezz'ora il carico è sulla chiatta.
Do i CFA pattuiti all'autista che mi chiede delle sigarette o una penna. Non fumo e di penna ne ho solamente una. Nella chiatta mi siedo sul bordo, mentre l'uomo dal cappellino di lana spinge con la sua lunga pertica per cercare il fondo di quel fiume ridotto a poche decine di centimetri d'acqua. Sull'altra riva due Toyota attendono il carico per portarlo alla città. Gli autisti fanno segno di salire.
«No, grazie, cammino un po'» dico e mi avvio, con lo zaino in spalla, lungo la strada che porta a Djenné.
Sono passati quasi otto anni da quando ero stato per la prima volta nella città santa del Mali. Temo questi ritorni. Ho paura che tutte le sensazioni che avevano contribuito a creare il ricordo di quel posto, crollino improvvisamente. Mentre cammino verso le mura di terra della città sento questa paura crescere dentro. Sono le emozioni a creare il fascino di un luogo, un insieme di sensazioni, di istanti, di elementi fortuiti. Non è forse questo il motivo per cui viaggio? Non è forse per cercare nuove combinazioni di elementi diversi che facciano nascere quelle emozioni che vado cercando? L'Africa è solo uno stimolo, una terra dove questi cocktails riescono meglio, dove la mia fantasia ha investito di più.
La sabbia rossastra della strada cede svogliatamente sotto i piedi, e le mura crostose della città si avvicinano lentamente. L'Islam, con la sua lunga mano, è arrivato sino qui, tra questa lande sabbiose che un tempo dovevano es¬sere verdi. L'I¬slam nero lo si legge in quegli uomini alti, snelli, avvolti nei loro lunghi caffetani azzurri e bianchi, con gli occhi nerissimi che spuntano dalla fessura dello chech . Eppure nemmeno la forza dell'Islam è riuscita a ricacciare nella savana gli an¬tichi spiriti dell'Africa.
Entro nelle mura, come la prima volta, senza sapere bene dove andare. Il campement, l'unico albergo della città, è poco distante dalla moschea. Sembra quasi che il ricordo, svanendo e confondendosi, voglia aiutarmi a trovare nuove sensazioni.
«Ça va, bonbon, ça va, bonbon», i bambini mi rincorrono mentre io con il mio fardello sulle spalle sorrido a tutti facendo segno con le mani che non ho caramelle. E' quasi buio in mezzo a quelle mura così vicine tra di loro. E' come essere in un labirinto.
«Marselò, Marselò si chiama, abita a Torino» un vecchio marabout, avvolto nel suo abito bianco, mi ha fermato per chiedermi da dove vengo. Ora, con la sua voce squillante, cerca di spiegarmi che questo Marcello vive nella mia città, devo quindi conoscerlo.
«Torino è grande, non posso conoscere tutti» provo a giustificarmi, ma l'anziano non è convinto. Ha un volto nerissimo, reso ancora più scuro dalla barba bianca. Gli occhi sembrano quasi perdersi nell'oscurità del suo viso. Si alza e mi dice di ripassare più tardi: mi deve dare una lettera per questo Marcello.
Continuo a passeggiare per le viuzze strette toccando con le mani quei muri di fango che sembrano pietra. Il sole li ha cotti come mattoni e neppure le rare piogge riescono a scalfirli. Un uomo con un bel caffetano azzurro sta seduto per terra accanto a una piccola moschea. In mano tiene una tavoletta di legno su cui sta scrivendo, con un pennello. Sto per un po' a guardare la sua mano scorrere lenta lungo le forme armoniose dei caratteri arabi. L'uomo se ne accorge e sorride. «Sono versi del corano» dice, mentre un bambino dai grandi occhi porta via la tavoletta già scritta per metterla ad asciugare.
Un ritmo strano, nascosto, che non riesco a distinguere, accompagna la passeggiata lungo i vicoli della città, tra bambini che giocano nella polvere e tessitori che lavorano accovacciati accanto ai loro antichi telai. Poi d'improvviso la strada finisce la sua corsa e la stretta morsa dei vicoli si apre davanti a me. La moschea è sola nella vastità polverosa della piazza. La penombra del tramonto le conferisce uno strano fascino, quasi demoniaco. Le alte mura si alzano terminando in una serie di merli appuntiti su cui sono stati infissi dei gusci di uova di struzzo come decorazione.
Non c'è più lo stupore della prima volta, ma la sensazione è forte lo stesso. Mi fermo ai bordi della piazza dove un ragazzo dal lungo abito bianco cerca di convincermi ad acquistare qualche pacchetto di Marlboro sbiadite dal sole.
Prendo a destra, sotto un piccolo arco e arrivo nello spiazzo tondo e ombroso del campement, dove una gru dal piumaggio bluastro attira l'attenzione e i flash di un piccolo gruppo di turisti. Avrei preferito non ci fossero stati stranieri, avrei voluto godermela tutta da solo, assaporarne fino in fondo il sapore lontano. Quegli Europei mi fanno sentire più vicino a casa e non voglio. Il padrone del campement è un tizio grande e grosso che zoppica vistosamente sulla gamba sinistra. Mi accoglie con un sorriso che sembra una vampata di luce in quella fioca illuminazione serale. C'è posto, ce n'è, non bisogna preoccuparsi, ma sono da solo? Bene, bene, italiano? Anche la guida di quel gruppo di francesi è italiano, quello là con i baffi.
***
«Non sto a raccontarti tutto, una storia finita, tante cose assieme. Poi mi ero rotto le palle di stare in Italia. Non è sempre facile spiegare»
«E’ pieno di gente che non ne può più ...»
«Già, tanti dicono basta! Mollo tutto e me ne vado! ma poi non sono tanti a partire. Onestamente qui ci sono più possibilità. In Italia io ero uno qualunque, qui faccio quello che mi pare
«Ti trovi bene?»
«A me piace questa vita - si dilunga nel guardare il giochi di schiuma nel bicchiere - Sai, in fondo conta anche quel senso di onnipotenza che viene ai bianchi che stanno quaggiù. Sei un grande, un privilegiato. Comunque»
«Cosa fai?»
«Ho iniziato con le macchine usate. Le compravo in Belgio, costano meno, e poi giù attraverso il deserto fino in Niger o in Mali. Si guadagna abbastanza, ma soprattutto si attraversa il deserto». A Mario si illuminano gli occhi quando parla del deserto. E' un tipico rappresentante di quella fauna europea che ha scelto l'Africa, ognuno per mille motivi diversi, ma tutti perché stufi di un'Europa un po' monotona e ammuffita. O forse solo perché era più facile. Ora nella stagione buona accompagna gruppi di turisti in Mali, Burkina, Togo, Benin. Le bottiglie di birra cominciano a riempire il piccolo tavolino traballante e tintinnano a ogni movimento. I francesi se ne sono andati tutti a letto.
«Che gente è»
«Non dei peggiori, qualcuno è anche simpatico, ma sai come sono i francesi, sempre un po' così... con quella superbia tutta loro, sai, no?».
Accenno con la testa, mentre Mario si lecca l'ultima schiuma che gli si è fermata sui baffi. Non ha perso, l'accento largo degli astigiani.
«Trovi certa gente che va in giro! Sai com'è, oggi viaggiano tutti, l'Africa attira, ma c'è gente che non ne sa niente. Vengono qui e poi pretendono di avere le stesse cose come se andassero in Austria o in Svizzera». Mario appoggia il collo della bottiglia al bicchiere tenendola capovolta per un bel po', come a volerne fare uscire anche l'ultima goccia, poi alza gli occhi un po' insonnoliti: «Un'altra?».
Esco dalla cinta del campement per ritornare sulla piazza. Non c'è nessuno e il silenzio crea un senso si vastità e di lontananza impressionanti. La notte avvolge quella che era stata una savana e che ora non è altro che un deserto sabbioso. I gusci d'uovo sembrano quasi bril¬lare contro il blu cattivo del cielo, i merli delle mura paiono denti sogghignanti, solo alcuni uccelli trovano il coraggio di rompere quel silenzio quasi mistico che regna attorno all'edificio. Rimango a lungo seduto prima di andare a dormire. All'alba la piazza è ancora deserta, nessun mercante, nessun capannello di gente che discute, solo la moschea rimane di ciò che era stata la piazza la sera prima. Il primo rumore è quello di un telaio, che con il suo ritmo noioso inizia a far vibrare il giorno. Mi avvio verso l'ufficio della gendarmeria, una stanzetta scrostata nell'angolo della piazza. Il militare sembra seccato dalla visita. Non ha nessuna voglia di lavorare. Prende il passaporto e lo mette sul tavolo. Poi si risiede in silenzio strofinandosi i denti con uno spesso bastoncino di legno.
«C'è qualcosa che non va?».
Il militare continua a rimanere muto. Mi siedo tranquillamente sulla panca accanto al tavolo. So come vanno queste cose. Il bastoncino continua a scorrere tra le labbra del giovane che alza la testa. Lentamente prende il passaporto in mano e lo guarda a lungo.
«Hai del whisky?»
«No»
«Io credo che tu ce l'abbia»
«Ho detto di no» dico sorridendo. Il militare si alza e si dirige verso lo zaino, fa per aprirlo, poi mi guarda senza sorridere e torna al tavolo.
"Vu a Djenné", un visto scritto a mano sul passaporto è tutto ciò che resta di una notte che nemmeno gli uccelli osavano disturbare con il loro canto.