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Timbuctu

"Il sapere è un tronco di baobab, una sola persona non può abbracciarlo"

Se per Conrad navigare sul fiume Congo, significava addentrarsi nel "cuore di tenebra" dell'Africa, percorrere le acque collose del Niger è come andare verso un nulla sempre più luminoso, sempre più pallido, dove tutto si dissolve lentamente. Quelle rive non lasciano spazio a mondi misteriosi, popolati da selvaggi feroci, dediti a culti pagani. Non nascondono nulla agli occhi del viaggiatore. Tutto svanisce attorno a te e lo vedi. Il Congo di Conrad creava paura, il Niger angoscia per il vuoto che ti circonda.
E' in questo vuoto che sorge Timboctou. Ci arrivi dopo tre giorni di barca, dopo aver lasciato il vivace porto-mertato di Mopti. Tre giorni a scivolare accanto a esili barche di pescatori che gettano e rigettano le reti nel fango diluito del Niger; accanto a villaggetti sempre più radi, alle agili capanne dei nomadi che ti aprono il cuore alla precarietà. La loro direzione o il loro punto di partenza è proprio quel nulla che assale via che le sponde ingialliscono e perdono la loro rada chioma di arbusti.
Poi, il terzo giorno, appare l'attracco di Kabara, brulicante di scaricatori in attesa. Nel vedere la nostra barca gli autisti si precipitano verso di noi. Cinquantamila CFA per percorrere 15 Km, le offerte sono folli, come tutti i prezzi a Timboctou. Qui la gente è assatanata, cerca di spremere i turisti, soprattutto ora che, a causa della rivolta dei tuareg, si fanno sempre più rari. Fin da Mopti si respira la tensione che intristisce tutta la regione. Tensione reale, accentuata dalla gente di Mopti per scoraggiare i turisti a recarsi a Timboctou: «Ci sono tante cose da visitare qui. Laggiù è pericoloso. L'altro giorno hanno ucciso ...» e il numero delle vittime aumenta via via che il viaggiatore insiste nel volersi avventurare lungo il fiume.
Qui, a tre giorni di barca da Mopti, Ayouba, un giovane tuareg che studia al liceo arabo di Timboctou, dice: «Non è vero niente, a volte sono banditi, semplici ladri, ma danno sempre la colpa ai Tuareg». Ayouba è di Arouane, quattro case affondate tra le dune del Sahara a 12 giorni di cammello da Timboctou. Vende oggetti di artigianato che gli arrivano dal villaggio e rimanda alla sua gente cibo e abiti.
L'auto entra in città dopo aver percorso una stretta striscia di asfalto che scorre tra campi verdi, segnati da cartelli che indicano i vari progetti di cooperazione. Nella piazza centrale, l'asfalto sfuma impotente nella sabbia, arrendendosi davanti a un nemico troppo forte. Ai profili morbidi e dolci dei visi bambara e bozo si alternano i lineamenti spigolosi e freddi dei tuareg, avvolti nei loro turbanti color indaco. Qui un tempo arrivavano carovane esauste, sfinite dalla traversata del deserto, cariche di uomini e merci preziose, sale, stof¬fe. Qui i mercanti riposavano all'ombra delle palme, si deliziavano della bellezza del luogo e ripartivano con i loro cammelli schiacciati dal peso dei nuovi carichi. Qui sorgeva una delle più antiche u-niversità islamiche, nella cui biblioteca sono ancora conservate centinaia di testi antichissimi. Qui, ora la sabbia invade strade e case, i mercati che un tempo traboccavano di stoffe e oro vendono legna, uno dei ben più prezioso, assieme all'acqua. Le ricche case signorili si sono sgretolate e solo alcuni portali, finemente intarsiati, restano a ricordare quelli che erano i fasti della capitale del Sahel. Timboctou è come un anziano che vive sui ricordi e che mostra a tutti i suoi documenti sgualciti dal tempo. Il timbro dell'ufficio postale dice: Timboctou la misterieuse, il mito è stato burocratizzato e istituzionalizzato.
Un uomo che cammina lentamente con un asino al fianco, sbuca dietro una duna. L'animale porta un piccolo carico di legna. Tremolando nella luce del pomeriggio attraversa le tende dei Bella, mammelle grigiastre che fanno da controcanto alle dune.
«Oltre quelle dune non si può andare!», ti avvertono i bambini, ai quali i militari hanno proibito di spingersi al di là del limite. Sempre a causa dei tuareg. Scomparse anche le gite in cammello che venivano insistentemente proposte a ogni turista che arrivava qui. Nemmeno nei mercati i tuareg possono recarsi a vendere. Sono i neri che ora gestiscono la vendita delle lastre di sale che arrivano dalle miniere di Taoudenni, fino a qualche anno fa prigione di stato. Di fronte all'accampamento che alcuni bella hanno costruito ai margini della città, una macchia verde tenta di spezzare l'accerchiamento della sabbia. E' l'antico lago di Timboctou, oggi sede di un progetto di piantagione di angurie e meloni, condotto da organismi internazionali e dai bella stessi, che per questo hanno abbandonato il loro tradizionale nomadismo. Nonostante l'apparente sonnolenza in cui sembra immersa, la città è percorsa da una vibrazione che aumenta di giorno in giorno. Tutti cercano notizie del "General Soumarè", il battello che durante la stagione delle piogge collega Mopti con Timboctou e che quest'anno non è ancora arrivato. Le voci rimbalzano di casa in casa: «E' partito»,
«Ieri era a Niafounkè»
«No, non l'hanno incontrato».
In città manca la birra, le scorte sono finite e tutti attendono con ansia l'arrivo del battello.
L'Hotel Boctou sembra uno di quei ristoranti della nostra riviera che si affacciano sul mare. Arrivando dalle vie sabbiose della città, dà l'impressione di raggiungere un molo. Davanti solo dune e la sagoma troppo geometrica dell'Azalai, l'hotel più lussuoso di Timboctou, un'oasi ad aria condizionata in mezzo alla sabbia. Al Boctou gli addetti sembrano avvoltoi. Appena arrivati ci chiedono cosa vogliamo per cena, se vogliamo dei souvenirs, se abbiamo bisogno di un'auto. Cercano di rifilarci di tutto, mentendo: «In città non si trova niente da mangiare. Il battello non è ancora arrivato». In realtà si trova dell'ottimo pesce a un prezzo assai più basso. Ogni momento vengono a proporti qualcosa e sono ossessionati dall'idea che tu non paghi subito. La terrazza, che si affaccia sulle dune, brulica di tuareg in attesa, che estraggono dai loro vestiti collane, coltelli, bracciali e altri ammenicoli vari appena rivolgi loro lo sguardo. Ho appena finito di leggere il libro di René Caillé sul suo viaggio a Timboctou. Aveva dovuto travestirsi da arabo per raggiungere la regina delle sabbie. Il maggiore Laing prima di lui era stato ucciso perché occidentale e infedele. Oggi è un privilegio essere tali a Timboctou. Le uniche carovane sono quelle dei turisti: portano CFA e ripartono cariche di souvenirs.
Ci infiliamo nelle strade arroventate, sprofondando con i piedi nella sabbia. La moschea di Djilguereber appare smorta e slavata nella luce torrida del pomeriggio. Le vie sono semideserte, solo gli stranieri girano a quest'ora. Davanti a una botteguccia un giovane si dispera perché mancano le sigarette. «Dicono che domani arriva il battello, porterà anche le sigarette. Qualcuno dice che ieri sera era a Dirè».
Una targa indica la casa dove alloggiò Caillè, di fronte sorge il museo. Il direttore è un omone grande e grosso, insegna letteratura e chiacchiera volentieri con noi.
«Sto leggendo un romanzo italiano - dice - Il deserto dei Tartari, Buzatì, è così che si chiama?». Usciamo a malavoglia dal museo per immergerci nuovamente nell'aria bollente e raggiungere il Centre de Documentation Ahmed Baba. Qui sono conservati oltre 16.000 manoscritti antichi a partire dal XIII secolo. Avicenna, Ahmed Baba, El Bekkaye, nomi di grandi saggi che hanno riempito pagine con le volute armoniose della loro scrittura. Polvere e storia si respirano insieme in questa città.
Quale storia? Perché Timboctou e non quel villaggio sul fiume dove avevamo attraccato con la piroga? Un villaggio di cui non so neppure il nome, fatto di bambini che si accapigliano per una bottiglia vuota, di donne magre dalla pelle rinsecchita e polverosa, di un vecchio dalla guancia gonfia, enorme, smisurata, ricoperta da un impasto di fango a tentare invano di alleviarne il dolore. Un villaggio rannicchiato attorno alla piccola moschea.
«Da tanto tempo non vedevamo dei bianchi» aveva detto il capo riaccompagnandoci alla barca. Un villaggio affacciato sulle acque limacciose del Niger, ormai buono solo per la nostra mitologia di viaggiatori di seconda mano, ignorato dalla storia, sul quale nessun saggio ha mai scritto una riga, troppo piccolo per contenere l'angoscia che aveva pervaso tutti noi mentre risalivamo per ripartire.
Per strada ci fermiamo a mangiare frittelle rancide che un'anziana signora vende all'angolo della via. Gruppi di bambini si rincorrono nella strada gettandosi per terra e azzuffandosi. Torniamo all'hotel quando il sole sta tentando di affermare tutto il suo potere e i tetti delle case stentano a offrire ombra e fresco alla gente. Mi siedo sulla veranda a guardare un gruppo di ragazzi che giocano a calcio nella sabbia davanti all'hotel.
Mi torna in mente l'immagine del soldato sulla riva del Niger. Una sagoma nera sullo sfondo della sabbia e del cielo. Era quasi sera quando intimò al pilota di accostare. Si avvicinò alla piroga con aria timida, come se volesse controllarla. Cominciò a passeggiare su e giù senza dire nulla. Mi fece un segno e gli mostrai il passaporto. Non parlava francese e neppure sembrava voler rispondere alle domande in lingua bambara del più anziano dei barcaioli. Era molto giovane e sembrava quasi imbarazzato, la sua espressione troppo seria tradiva la sua insicurezza e il fatto che non sapesse cosa fare. Dopo un lungo silenzio, durante il quale neppure noi perdemmo la pazienza, il soldato tirò fuori un libretto dalla giubba e me lo mostrò, quasi a giustificarsi del fatto che ci aveva fermati. "Departement de l'a¬griculture et des forêts" era il titolo. Lo tese all'incontra¬rio perché probabilmente conosceva solo la scrittura araba. Feci finta di guardarlo interessato mentre il soldato continuava con le sue finte ispezioni. Enrico prese la bottiglia del whisky e la offrì al militare che ne tracannò una lunga sorsata, dopo la quale si leccò le labbra soddisfatto. Gli chiesi se voleva la bottiglia. Fece segno di no con la testa e indicò il fondo della barca dove, tra i bagagli accatastati c'era una bottiglia di acqua minerale. Mentre la barca si allontanava il militare salutò sorridendo, stringendo la bottiglia tra le mani.
Le squadre si ingrandiscono via via che arrivano altri ragazzi. La sagoma dell'Azalai disturba quell'orizzonte morbido e lontano, ma l'urlo del gol segnato riempie per un istante la conca sabbiosa. Sono appena finiti i festeggiamenti, quando il vento inizia a gettare nuvolette di sabbia dentro gli occhi. La partita riprende, ma la sabbia sbatte sempre più forte contro visi e corpi. I ragazzi insistono, mentre la nuvola diventa sempre più grande. Dopo pochi minuti non si vede a un metro, il vento ha iniziato a soffiare con rabbia come se volesse scacciare quei calpestatori dalla propria sabbia. La nuvola nasconde ogni orizzonte rendendo i profili delle prime case ancora più morbidi di quello che sono. I ragazzi si allontanano con le mani sugli occhi dirigendosi verso le loro case. Sto ancora un po' in mezzo a quella tempesta, mi rannicchio chiudendo gli occhi per resistere a quella sabbia che graffia il viso. Provo una sensazione strana, un senso di pace, tutto sembra essersi attenuato, come quando nevica. Neppure il vento fava rumore, solo i granelli sbattuti contro le scarpe ticchettano leggermente. Ho come la sensazione di essere drogato, di trovarmi immerso in un limbo a galleggiare nel nulla. Sento urli lontani, urli di gente, ma non si vede nessuno. Chiudo ancora più forte gli occhi come per immergermi fino in fondo a quel sogno. E' come se quel vento spazzasse via tutte le paure, solamente i sogni e gli ideali rimangono attaccati alla pelle, tutto viene portato via.
Quando il vento sembra stanco della sua sfuriata la nuvola si rammollisce e i bordi smussati delle case appaiono nuovamente alle spalle dell'hotel. Mi alzo e mi dirigo verso la stanza dove Anna sta ancora asciugandosi i capelli.
«Si è alzato il vento?»
«Sì, ma adesso è passato».
***

Dopo una cena pessima all'hotel Boctou, restiamo sulla veranda a chiacchierare aggrediti dalle migliaia di insetti che si scagliano impazziti contro le luci e dalle decine di venditori. Dieci anni fa si chiamava Hotel du Jardin. Tutto è rimasto uguale, tranne che ora le stanze hanno il condizionatore. Allora nella stanza dormivamo in tre. Il caldo era ossessionante e perdemmo circa mezz'ora a posizionare il ventilatore in modo che l'aria arrivasse a tutti e tre. Dopo una meticolosa serie di spostamenti minimi avevamo raggiunto un accordo e tentavamo di addormentarci, ma il ventilatore, quasi come per burla, iniziò a rallentare inesorabilmente. Il soffio, già impercettibile, si smorzò piano piano. A mezzanotte spegnevano il generatore che alimenta la città. L'unica alternativa era uscire. Portammo i materassini fuori e ci sdraiammo sulla veranda, cercando di assorbire con gli occhi la massa nera che si stendeva davanti a noi e di ignorare le centinaia di insetti che passeggiavano lungo i bordi dei muri. Il chiarore pallido e lattiginoso della mattina ci accolse attraverso la zanzariera piena di buchi. Ci guardammo in faccia e ci mettemmo a ridere di quella situazione. Anche i camerieri dell'hotel ridevano nel vederci in quei letti affacciati sul deserto.
Il ronzio del generatore dell'Azalai insiste pedante nella notte informe. Timboctou, il mito è lì, vicino a noi, dietro alle nostre spalle, siamo affogati in quel mito tutto nostro. Timboctou è solo un cumulo di sabbia, una creazione smunta della nostra fantasia stitica. Ci alziamo, anche per sfuggire ai venditori e seguiamo Ayouba che ci ha invitati a casa sua: «Per parlare un po'».
Le strade vibrano nel riflesso delle lampade che occhieggiano dalle porte aperte o attraverso le tende. Alcune persone stanno accovacciate in un angolo, i loro abiti lunghi li fanno sembrare a macchie informi che sfumano nella penombra della sera. Un forno in terra manda le sue ultime vampate rossastre attraverso la piccola apertura. La strada è piena di pozzanghere fangose che solo seguendo Ayouba riusciamo a evitare, sprofondati nel buio della via. La casa di Ayouba è grande, troppo per un ragazzo solo. Saliamo sul tetto mentre lui prepara il braciere per il tè. Il debole chiarore del fuoco non riesce a turbare la freddezza metallica del cielo alto sopra la città. Lontano, verso sud, lampi violenti sciolgono il buio in rapide macchia biancastre. A volte indugiano più a lungo, mettendo in mostra il loro scheletro vibrante. Poi ancora buio e silenzio. «Quest'anno ha già piovuto cinque volte. Certi anni piove due volte in tutta la stagione».
La conversazione rimane sul vago per un po' di tempo. Al mattino avevo chiesto ad Ayouba di spiegarmi la vera situazione dei tuareg. Aveva abbassato lo sguardo, poi sottovoce: «Qui non posso, sono in una casa songhay, ti spiego stasera a casa mia», ma non sembra intenzionato a toccare l'argomento. Scende nel cortile e torna con una sacca piena di oggetti. Solo per guardare, dice, cacciando ogni speranza sulla nostra chiacchierata. «Sono tutti oggetti originali, vengono da Arouane, non sono come quelli che vendono gli altri!”. Fingiamo di crederlo e acquistiamo qualcosa solo per rimanere ancora un po' su quel tetto a gustare lo spettacolo bizzarro dei lampi. Ayouba ha offerto due giri di tè, poi preso dalla trattativa o forse appagato del guadagno, ha scordato di fare il terzo giro, quello più dolce. Insisto nel chiedere spiegazioni sui tuareg. Si alza con aria misteriosa. Prende la pila e fa il giro del tetto per vedere se c'è qualcuno sotto. Poi si accovaccia con gli occhi bassi e bisbiglia solo che ora non c'è più nessun problema, che è tutto finito, che il governo ha trattato, e altre banalità del genere, senza mai alzare lo sguardo.
Sembra tardi quando ci alziamo, in realtà non sono nemmeno le dieci e la città sembra respirare lentamente, come se stesse per prendere sonno. Camminiamo in silenzio, con una certa amarezza. Penso al direttore del museo, chissà se ha finito di leggere il Deserto dei tartari? Per strada c'è una certa animazione che scuote quel velo scuro sulla città. Vediamo gente che cammina veloce, l'atmosfera è allegra. «Il battello è arrivato», la voce si sparge per tutta la città. Sembra che ci siano molti turisti, dicono i venditori del Boctou, assaporando la giornata di domani.

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