"Nessun sentiero porta a un albero senza frutti"
Ai piedi dell'altopiano del Tassili N'Ajjer, schiacciata tra le rocce e le sabbie dell'Erg Admer, Djanet sembra un formicaio. Le strade sono intasate dal gran via vai di auto che vanno e vengono cariche di turisti, taniche d'acqua per i turisti, cibo per i turisti. Il cortile dell'Hotel Zeriba è invaso da magliette stese ad asciugare e da gente che esce dalle docce gelide con i capelli bagnati. Appassionati di trekking, fuoristradisti e patiti del deserto si contendono le poche stanze e gli spiazzi per campeggiare. Un gruppo di Inglesi traffica accanto al motore di una moto, bestemmiando contro le ondate di polvere sollevate dai fuoristrada che entrano in continuazione nel cortile.
Lascio questo di Occidente in fuga, allontanandomi rapidamente da quella bolgia colorata. Giro attorno alle ultime costruzioni fino all'edificio squadrato della stazione di polizia. Davanti alla porta un panciuto gendarme sembra sforzarsi di assumere un'aria truce ogni volta che passa qualcuno. L'ampio spiazzo sabbioso è pieno di bambini che giocano a pallone. Al di là il palmeto. Attorno a queste piante è sorta Djanet, attorno a questo sputo d'acqua in mezzo a una marea di sabbia rossastra e di pietre sbiadite dal sole. Un cammello riposa pigramente in mezzo agli orti coltivati. Dietro una staccionata di canne, appare il profilo di una donna vestita di azzurro che cammina veloce. Poco più in là si sente un martellare ritmico e sottile.
Mi dirigo in direzione del rumore. Vecchie lamiere arrugginite hanno sostituito i tradizionali recinti di canna nella difesa contro la sabbia. È un'ora in cui il sole è ormai caldo, per quel che riesce a esserlo d'inverno. Il rumore viene di lì, sotto la tettoia. Rannicchiato attorno alla piccola incudine, un fabbro sta battendo rapidamente con il suo martello. Quando la mia ombra, spezzettata dalle lame di sole che filtrano tra le canne, lo copre, il fabbro si ferma e le sue labbra spesse si aprono in un ampio sorriso. Si volta rapido per frugare in una sacca, ne estrae una manciata di orecchini e me li mostra .
«No, no, grazie, non voglio comperare niente».
Fruga ancora nella sacca e tira fuori un grappolo di collane con croci tuareg. Mi accovaccio accanto a lui e prendo in mano i monili che mi tende. Ora so che devo acquistare qualcosa.
Il fabbro sta ordinando per terra tutti i suoi oggetti per metterli in bella mostra. Ha le palme delle mani bianche, solo un po' annerite dalla terra e dall'ossido. Accanto al martello, malamente allineati, una serie di stampini in terracotta dai profili smangiati ripropongono grossolanamente le sagome delle croci. Ne prendo uno in mano per guardarlo meglio, mentre lui cerca di spiegarmi qualcosa in un francese biascicato. Poi prende da sotto la sacca una fotocopia sbiadita con i profili di tutte le croci tuareg. È di lì che ricava i disegni per fondere i pendagli.
«Tra un po' arrivano molti turisti - dice - e allora il commercio andrà bene, se Dio vuole».
«Con cosa li fai?»
«Argento» e fruga con la mano nella sacca per tirare fuori una grossa moneta. È un tallero di Maria Teresa d'Austria. La data è 1780. Mi chiedo se è autentico.
«Vengono dalla Mecca» dice rigirando la moneta fra le dita.
«Come ti chiami?»
«Chedou - fa il fabbro ridendo - Sono di Agadez, nel Niger»
«Abiti qui?»
«No, siamo arrivati una settimana fa. Io e altri sette compagni, con sessanta cammelli. Trentun giorni di deserto!»
«Per il Teneré»
«Sì, il Tenerè. Abbiamo portato tessuti e vestiti per venderli. Poi compreremo dei datteri. In Niger non se ne trovano. Però adesso arrivano i turisti e loro comprano queste cose. E' così tutti gli anni» e tira su una manciata di orecchini dal mucchio.
Chedou ha ripreso a lavorare. Con un piccolo punteruolo ora traccia sottili disegni geometrici sul pendaglio. Poi prende una limetta piatta e inizia a rifinirne i bordi togliendo sbavature e irregolarità.
«Ti piace?»
«Bella»
Chedou rigira tra le dita la croce in cerca di imperfezioni. È la croce di Iferouane, sormontata da un cerchio da cui partono tre alette. Il corpo della croce scende armonioso verso il basso con le punte appena accennate. Guardo la fotocopia sbiadita, per tentare di riconoscerne altre tra quelle del mucchio.
«Questa è di Timia».
Un profilo semplice, senza fronzoli, lineare. C'è la croce dell'Aïr dall'aspetto guerresco, quella di Zinder appuntita come una lancia, ma più di tutte mi attira la croce di Agadez. È perfetta, limpida nella sua semplicità, con quel cerchio allungato sormontato da due alette, con le linee del corpo quadrato appena incurvate all'interno e le punte arrotondate. Chedou sorride contento, sembra abbia perso ormai la speranza di vendermi qualcosa, ma è contento. Prende in mano le croci sulle quali si sofferma il mio sguardo. Le lucida con la mano callosa e me le ripresenta. Poi infila le mani nella sacca grigia e ne tira fuori un piccolo fennec d'argento. È bellissimo. Il corpo snello, le grandi orecchie. Un capolavoro.
Chedou capisce subito che lo prenderò e non dice niente.
Finita la trattativa scrive su un pezzo di carta il suo indirizzo di Agadez: «Mi servirebbero delle lime, per questo lavoro. Se ti riesce me ne mandi?».