"Si nasce, si muore, la terra cresce"
A Natitingou c'è una bottega che si affaccia, come tante altre, sull'asfalto sconnesso e piagato della via centrale. Quella Route National Inter Etàts n. 12 il cui pomposo nome nasconde lo stato pietoso del fondo, obbliga auto e moto a tortuose gimcane per evitare le buche più profonde. L'asfalto, che si limita ad attraversare l'abitato per sbordare di qualche centinaio di metri ai margini, riesce a peggiorare lo stato già deprecabile della pista. Per qualche motivo ignoto l'asfalto poi si stacca dalla strada centrale, per compiere un semicerchio, tra bottegucce vibranti di neon colorati e case semibuie, fino a ricongiungersi alla RNIE un paio di Km più avanti. Questo anello è diventato un percorso tradizionale per le passeggiate serali dei giovani.
«Andiamo a fare il giro dell'asfalto?» e si parte seguendo quella striscia che si fa sempre più scura, come la notte, chiazzata solo da qualche pretenziosa insegna e da qualche lampadina smorta. Dove l'anello si ricongiunge alla strada centrale c'è una bottega come tante, due porte in metallo dipinte di blu e una scritta in caratteri vagamente orientaleggianti. La scritta è Jamna, ma per tutti quella bottega è quella di Bombé.
«Bombé perché il suo villaggio si chiama così» dicono a Natitingou. In realtà il proprietario è un siriano, ma la Siria è abbastanza lontana per essere accomunata in un Oriente unico di cui l'India sembra essere il rappresentante più riconosciuto a Natitingou. Da alcuni giorni però anche la porta di Bombè, come quelle di molte altre botteghe è chiusa. Una spranga di ferro in diagonale, assicurata da un voluminoso lucchetto fa girare la testa a tutti i passanti.
«Bombé è chiuso» la voce che corre per tutta la città. Una voce che è quasi un lamento. Bombé vende quasi di tutto, senza dubbio molto di più di quanto ci si possa aspettare da un negozio di Natitingou. Quando cerchi qualcosa di insolito, ti mandano da lui: «Sembra che Bombè ce l'abbia», dal vino francese alle sigarette di marche più rare e raffinate, orologi, sacchi in politene, gioielli, formaggi, videoregistratori la licenza di Bombé sembra essere onnicomprensiva. Bombé rifornisce soprattutto i funzionari e i bianchi della cooperazione internazionale, ma la sua chiusura ha colpito tutta la città, anche chi da sempre si limita a passarci davanti lanciando occhiate curiose, per scoprire merci nuove e impossibili per le sue tasche magre di CFA. Un presagio troppo forte, un segno tangibile e reale di ciò che sta per accadere.
La svalutazione del Franco CFA, imposta dalla Francia nel gennaio 1994, ha gettato l'Africa francofona nella disperazione più totale. Tutte le merci d'importazione, i tre quarti dei generi di consumo locali, sono raddoppiate di prezzo. I negozianti hanno sbarrato le porte per aumentare il prezzo di tutti i generi, anche quelli acquistati con il cambio precedente. Nelle città più grandi il governo ha imposto ai libanesi, che gestiscono la maggior parte dei supermercati, di riaprire i loro esercizi. Intere famiglie di libanesi si sono impegnate in una corsa contro il tempo per cambiare le etichette sui prodotti, mentre la gente assaliva i loro supermercati, sfilando dal fondo degli scaffali le confezioni non ancora etichettate.
Alla televisione i politici fanno discorsi vuoti di contenuto e ricchi demagogia, dipingendo un futuro ricco di esportazioni per cercare di coprire un presente ingozzato di importazioni. Si parla di investimenti stranieri alle porte, di un domani quanto mai radioso. Intanto nelle città manca tutto. Anche il pane scarseggia perché scarseggia la farina. La bottiglia di birra è passata da 215 CFA a 250 e salirà ancora. «Il mais per farla, arriva dall'Europa» dice René, il gestore dell'Hotel du Bourgogne mentre sta correggendo sulla tabella tutti i prezzi dei piatti inclusi nel menù. Anche gli ignami sono aumentati.
«Consumiamo i prodotti locali, ci dicono alla televisione, ma anche quelli sono aumentati. Allora a cosa è servita la svalutazione?» si arrabbia un uomo basso, con un elaborato intreccio di cicatrici etniche sul viso. I contadini si giustificano dicendo che loro devono poi acquistare il petrolio per le lampade, le batterie, le medicine, i quaderni, tutto ormai è più caro. Quando si parla di prezzi, tutti cadono in una strana desolazione. Conoscitori esperti dei costi di tutti i generi di prima necessità, gli abitanti di Natitingou ora guardano con aria rassegnata: «Prima della svalutazione era 650 CFA, ma adesso non so più!».
"Prima della svalutazione, dopo la svalutazione" è il ritornello che tutti ripetono per indicare quanto sia elevato questo spartiacque tra l'ieri e il domani.
Henry attraversa lentamente l'asfalto vecchio e rinsecchito di Natitingou. Gli ammortizzatori della vecchia 405 fanno gli ultimi sforzi per sopportare anche quello strazio. La tôle ondulée della pista che sale da Djougou ha accorciato la vita all'auto di Henry, che adesso scivola polverosa verso la posta. Anche lui, incrostato di polvere, con i capelli impastati di rosso, si considera una vittima della svalutazione del CFA. E' venuto in Benin per vendere la sua Peugeot, un viaggio lungo e sballato. Ha seguito la costa del Marocco, le sabbie della Mauritania, umide d'Oceano, fino al Mali, poi giù attraverso il Burkina Faso. Le rotte tradizionali dei contrabbandieri d'auto, le piste che scendono dal Sahara algerino verso il Niger o il Mali sono bloccate. Prima erano i tuareg a minacciare i viaggiatori, alla ricerca di un po' di clamore che facesse guadagnare qualche ritaglio di giornale alla loro causa volutamente dimenticata da tutti, tranne da chi li bombardava sistematicamente con il napalm. Poi la causa si è fatta meno nobile e ai tuareg si sono sostituiti banditi in cerca di bottino e spesso gli stessi militari incaricati di scortare i convogli di auto verso Niamey o Gao.
Henry si sfila gli occhiali scuri velati di polvere, mentre entra nel cortile del Bourgogne. Si accascia sulla sedia, sfiancato dal caldo. Le bouganville del cortile macchiano di rosso un paesaggio giallo e nero. L'erba è ormai secca nei campi e gli uomini hanno iniziato a bruciarli. Tutto attorno i cacciatori attendono gli animali che fuggono dal fuoco. Macchie nere di bruciato segnano le colline come la pelle di un leopardo. Henry pensa solo alla sua 405 che non riesce a vendere. Si sfrega gli occhi per la stanchezza e racconta a tutti la sua storia. Voleva venderla per un milione di CFA, al valore vecchio: «Ma adesso chi vuoi che mi dia due milioni?».
Maurice, il cuoco, cancella ogni giorno un piatto dalla lavagna del menu: «Niente. Al mercato non ce n'era» e via le patate, il riso, il pane. Le due economie dell'Africa, quella degli scambi internazionali e quella dei mercati locali, sembrano ora sfilarsi l'una dall'altra. L'intera città sembra ora sentirsi coinvolta come non mai nella vita nazionale. Arroccata lassù, tra le montagne del nord, lontana dalle stanze del potere che sanno di mare e di palme, di storie di schiavi e regni antichi, che ora sembrano più vicini. Tutti ora si accorgono di essere nel mondo, di dipendere da quella Francia e con lei da tutta l'Europa e da tutto il pianeta. A Natitingou si paga la crisi europea e l'unico legame visibile tre questi due mondi apparentemente lontani è ora Henry che medita davanti alla sua birra già tiepida.
La gente litiga per strada con i commercianti che hanno chiuso le loro botteghe. «E' per fare l'inventario» dicono.
«Ma la roba che avevate in casa dovete vendercela a prezzo vecchio!» urla una donna agitando un secchio vuoto.
«E come facciamo poi a pagare le prossime ordinazioni?» ribatte l'uomo, titolare di qualche negozio. All'angolo della strada, di fronte all'enorme recinto vuoto del tribunale, dove le capre pascolano indifferenti ai pochi affari di giustizia discussi nel palazzo, la fila davanti alle donne dell'igname si ingrossa. Le due donne si sfiancano a bollire e pestare l'igname. Le ciotole non bastano per tutti e la gente aspetta in piedi, sempre discutendo. Sotto il grande albero che getta ombra sull'incrocio, i guidatori di zemidjan, le motorette che fanno da taxi tra le buche della città, attendono con calma oziosa i sempre più radi clienti.
I peul hanno lasciato le pianure saheliane con le loro mandrie per dirigersi verso sud. Un lungo viaggio verso la costa. La carne aumenta di prezzo ogni giorno e loro non vendono i buoi, attendono ancora il rialzo. Sono passati da Ouagadougou senza vendere un capo di bestiame. Gli esportatori che operano sulla costa attendono il loro arrivo per abbattere i buoi e spedirli in Europa. Il CFA dimezzato attirerà certamente gli speculatori d'oltremare.
«Sai come si chiameranno tanti bambini nati quest'anno? - dice Lawa ridendo - CFA! La gente qui dà sempre dei nomi legati a qualche avvenimento». Qualche spiritoso ha aperto un bar lungo la statale e l'ha chiamato La dévaluation. L'harmattan verso sera tira il fiato, l'aria torna a immmergersi nei suoi soliti odori e il cielo a essere limpido. La polvere, lentamente, impercettibilmente, si posa sui visi, sugli abiti, sulle foglie, sugli animali.
Henry è ripartito lasciando a metà la birra.
«Per dove?»
«Boh, provo verso nord».
Questa mattina Bombé ha tolto la spranga di ferro e ha riaperto la bottega. La voce si è sparsa rapidamente per tutta la città. I prezzi sono stati tutti aumentati, ma è un segno, un segno di una ripresa che forse non arriverà mai, che però è bello attendersi da un giorno all'altro. Come si attende la pioggia, il vento, la febbre di terzana.