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Paris CDG volo A45

Un caldo umido e ozioso sembra impregnare l’alba qui a Torino. Non un filo di brezza che osi smuovere questo torpore. Anche le zanzare sembrano svogliate e mi sfiorano pigramente, senza troppa voglia di pungere.
Una lunga corsa nell’apnea del pullman fino all’aeroporto e poi un volo asettico fino a Parigi. Visto in pianta il Charles De Gaulle sembra un enorme nodo marinaio, ma attraversandolo si ha la sensazione di essere in un grande magazzino.
Terminale A: abiti colorati, enormi scatoloni avvolti nel nastro adesivo, bambini, voci cantilenanti annunciano che si sta per entrare nella zona da cui partono i voli per l’Africa. Due anziani, forse libanesi, con la lunga barba bianca, siedono a gambe incrociate leggendo il Corano. Hanno il turbante bianco e l’abito lungo. Uno dei due, il più vecchio, porta delle Reebok colorate.
Quasi sommersa da pacchi e scatoloni, una ragazzina sorride e abbassa lo sguardo con quella timidezza tipica, che avvolge gli adolescenti africani quando perdono la gioiosa sfrontatezza infantile.
Non sono contento. Non provo la solita voglia di partire di altre volte. Sono stanco d’Africa? Quante volte me lo sono chiesto e me lo sono scritto sui taccuini di viaggio? Tante volte quante me lo sono scordato appena tornato a casa.
Il tabellone, che domina il terminale, segnala indifferente che il volo Air Afrique è ritardato. Anziché alle 11 partirà alle 16.30. Mi siedo in un angolo. I due musulmani leggono e sgranano i loro rosari.
Orologi, penne stilografiche in oro, cravatte di seta. Gli aeroporti sono un’immensa vetrina del superfluo costoso, quasi sempre acquistato per la noia dell’attesa. Qui la noia ha un prezzo, la legge di mercato è penetrata nei meandri più reconditi delle nostre menti. L’attesa non deve essere un tempo inutile e improduttivo. Solo comprando non perdi tempo, sembrano dirti quelle vetrine.
C’è calma nel settore A47. La gente non pare essere irritata più di tanto dal ritardo. Pazienza africana? Diversa percezione del tempo? Forse solo buon senso e gusto della vita. Tutto qui. Perché cercare sempre la diversità culturale?
Dlin dlon, una voce sensuale annuncia che anziché dall’A47 l’aereo partirà dal terminale A45. Carrelli sovraccarichi e cigolanti si mettono in moto per trasferirsi in un angolo di aeroporto esattamente uguale a quello di prima.
Alcuni bambini dormono, rappresi alla schiena delle madri. Scene da villaggio in un bunker tecnologico. Come la signora elegante, giacca e pantaloni di raso che gira scalza per l’aeroporto. Ragazzine con i capelli stirati e lisci e donne matronesche in larghissimi abiti variopinti.
Come un moscone svogliato l’aereo arriva alle 15,30 e appoggia la sua guancia al corridoio mobile che sembra attenderlo per baciarlo. Un po’ di frenesia corre tra la gente dell’A45. Un gruppo di poliziotti vestiti di nero, manganello e pistola, arriva veloce e si schiera lungo le pareti del corridoio. Arrivano anche due ufficiali, non sono in divisa da combattimento e iniziano, uno per uno, a controllare i passaporti ai passeggeri appena fuori dalla porta dell’aereo.
Di qua, da dietro il vetro, la gente inizia a rumoreggiare: «Così non si finisce più!».
«È già tardissimo!».
L’addetta al check-in viene tempestata di domande e di sollecitazioni. Lei è gentile, risponde che si farà in fretta e telefona ogni minuto a qualcuno. Forse per sfuggire qualche istante alle proteste, forse perché nemmeno lei sa cosa sta accadendo.
I due musulmani hanno steso di nuovo i loro tappetini e iniziano a pregare indifferenti. Gli addetti al check-in aumentano di numero, così come i poliziotti. Ora hanno formato una diga che lascia passare una sola persona per volta.
«Signorina, i bambini hanno fame e sete. Sono più di sette ore che siamo qui!». Quella che parla è una donna, con un piccolo in braccio e l’altro che piange aggrappato alla sua gamba. La signorina gentile telefona a chissà chi, poi annuncia che saranno offerti buoni per un rinfresco. Non è un buon segno. Significa che l’attesa durerà ancora a lungo.
Intanto il muro di poliziotti si è chiuso. Nessuno esce più dal tunnel dell’aereo.
Alcuni bambini, con i cartellini al collo di chi vola da solo, giocano sulle sedie, seguiti dallo sguardo affettuoso delle hostess. Una di loro porta dei succhi di frutta: «Però tutti seduti, altrimenti fate pasticci!» dice. I bambini si siedono ordinati e bevono in silenzio dalle loro cannucce.
I poliziotti là in fondo sembrano schiacciare qualcuno in un angolo, ma non si capisce cosa stia accadendo. Uno steward dell’Air Afrique, con la faccia sorridente tipica dei corpulenti, scherza con alcuni giovani beninoises: «Preferite l’Hilton o lo Sheraton? Tanto oggi non si parte».
In fondo al tunnel la sacca di poliziotti si muove verso l’aereo. Siamo tutti qui a guardare dietro il grande vetro, come davanti alla vetrina di una bottega a luci rosse di Amsterdam. Laggiù due uomini e una decina di donne africane vengono fatti risalire sull’aereo dal quale sono appena scesi.
“Clandestini”, “nigeriani”. Questi due termini iniziano a circolare tra la gente dell’A45 e nel secondo mi sembra di intendere più disprezzo che nel primo. “Clandestino” viene detto con la normalità di una cosa familiare con cui si ha a che fare tutti i giorni, senza enfasi. Con la consapevolezza che tentare la fuga in Europa è semplicemente una delle tante possibili strade della vita quotidiana.
Lo steward corpulento ha iniziato a fare avanti e indietro tra il banco del check-in e l’aereo. «C’è un problema alle toilette» dice, poi parla con la signorina che alza il telefono e annuncia, tramite l’altoparlante, che la partenza subirà ancora ritardi a causa di un intasamento dei sevizi igienici dell’aereo.
Sembra una barzelletta. Il rumore della gente dell’A45 cresce, mentre iniziano a trapelare le prime notizie. È lo steward grosso che le fa filtrare, poco per volta.
«I nigeriani – dice un giovane – hanno gettato i loro passaporti nel wc e lo hanno tappato».
«Perché lo hanno fatto?» gli chiedo.
«Così possono dichiarare di essere dei rifugiati, di essere dovuti scappare e chiedono asilo politico»
«Senza documenti non possono rimpatriarli» aggiunge una donna.
«Raccontano sempre la stessa storia, dei conflitti tra musulmani e cristiani. Da loro ci sono sempre problemi» dice seria una ragazza dall’aria intellettuale. Tutti parlano pacatamente, come se tutto rientrasse nell’ordine delle cose. In quell’ordine di cose africane dove tutto può rientrare e trovare un suo posto.
«Le toilette sono stappate! Champagne per tutti!» urla ridendo lo steward grosso arrivato in mezzo alla sala: «Les toilettes sont debouché!» e ride insieme ad altri giovani.
Tra poco si parte. La gente in fila discute tranquilla dei clandestini e di altre cose, così come tranquilla prende posto sull’aereo.
I clandestini sono là, in fondo a destra. Silenziosi, tranne una donna con i capelli irsuti e lo sguardo vuoto che emette lamenti prolungati. I passeggeri si siedono tutto attorno, senza prestare troppa attenzione, con quell’indifferenza tipica di molti africani che fa tanto irritare i bianchi.
Nella fila accanto sono finiti i due musulmani ai quali si sono aggiunti altri due uomini, anch’essi con il turbante e con il Corano in mano. Quello con la barba continua a sgranare il rosario.
Nell’aereo aleggia l’odore pesante delle toilette appena stappate, mischiato a quello del deodorante, che le hostess hanno tentato invano di spargere per coprire la puzza. Dietro di me una coppia giovane. Lei è carina, vestita all’africana, con le treccine e la pelle scura e opaca. Lui ha la pelle color caffelatte e i capelli a grani di pepe.
«È tua moglie?» chiede il musulmano con la barba voltandosi verso di loro.
«Non ancora» risponde lui ridendo, ma si capisce che sta scherzando. La ragazza ride e fa la timida.
«Cosa aspetti a metterla incinta!» insiste ridendo il musulmano.
Dal fondo dell’aereo la donna con i capelli irsuti continua a gemere sempre più forte. Sembra un pianto funebre.
Poco a poco tutti prendono posto con il solito affanno delle hostess che non sanno come sistemare gli enormi bagagli a mano di troppi passeggeri. Appena il portellone viene chiuso, il lamento della donna si trasforma in urlo. Si alza in piedi. La voce da lamentosa diventa uno stridere sordo. Qualcuno le dice di sedersi, ma lei rimane in piedi a fissare nel vuoto. Hostess e steward sembrano ignorarla.
Un leggero strattone e l’aereo si stacca dal tunnel. È un lampo. La donna inizia a gridare come una pazza e a correre in avanti lungo il corridoio. Qualcuno tra i passeggeri tenta di fermarla, senza violenza e la riaccompagna al suo posto. Si siede. Sembra calma ora. Il lamento è tornato gemito. Poi si rialza di scatto, si lancia nuovamente nel corridoio e inizia a spogliarsi, urlando. Alcuni uomini si alzano immediatamente e le urlano di rivestirsi, la apostrofano in francese e in inglese e la bloccano, mentre lei piange sempre più forte.
La sua vicina di posto si alza in silenzio, si mette una grossa borsa sulla testa e inizia a camminare piano lungo il corridoio. Calma. Sembra una delle tante donne africane che vanno tutti i giorni a vendere la loro poca merce al mercato. Sfila tra i sedili in silenzio e si avvia verso la prima classe.
«Dove va?» chiedo ad alta voce, senza sapere a chi.
«Forse va a guidare l’aereo» risponde ridendo il giovane con i capelli a grano di pepe.
L’aereo traballa sulla pista, pare un ubriaco senza meta. Il musulmano con la barba sembra ignorare tutto e prega. Mi accorgo solo ora che ha la fronte segnata dalla polvere di mille inchini. Nemmeno lo scatto da rugbista di uno dei due nigeriani turba la sua calma.
Il nigeriano si lancia di corsa verso la cabina, ma viene bloccato da alcuni passeggeri e da due giovani francesi in maglietta grigia e guanti di pelle sbucati da non so dove. L’uomo si dimena, viene pestato, batte la testa e inizia a sanguinare. Nella colluttazione ha perso anche la camicia.
Il pilota inchioda due o tre volte, forse per tentare di ristabilire la calma. Nulla. Le hostess e gli steward sembrano impotenti e non tentano neppure di intervenire. Ormai l’aereo è in mano ai passeggeri e ai clandestini.
Qualcuno tenta di parlare con il nigeriano. Prima sembrava una belva braccata, ora pare rassegnato. Ma è un attimo. Subito dopo tenta di nuovo di divincolarsi.
«Sempre così con i nigeriani, sempre problemi!» urla una donna.
«Go down! Go down!» ripete ossessivamente un’altra.
Due uomini e una dozzina di donne. Viene subito da pensare ai nostri viali che nella notte diventano strade africane. Paradossalmente l’unico vero momento di incontro tra i due mondi, che si toccano, si uniscono, si aggrovigliano, ma non si parlano. Questo mi viene da pensare, ma che ne so se è davvero così? Provo imbarazzo. Cosa so di quei disgraziati che ora urlano, si dimenano, piangono e tacciono in fondo all’aereo?
Nel corridoio accanto a me due passeggeri riportano di peso al suo posto una delle clandestine che era corsa in prima classe, verso la porta. La tengono per le mani e per i piedi e la trasportano così. Lei lascia fare, sfinita. Loro la posano per terra e lei rimane lì, con gli occhi fissi nel vuoto.
Nell’altro lato i due francesi in maglietta grigia tentano con la forza di riportare l’uomo al suo posto. È una lotta dura. Uno lo prende per il collo con una presa da lottatore. L’altro cerca di immobilizzargli le mani.
Un uomo e una ragazza tirano fuori le loro telecamere e iniziano a filmare la scena. «Smetti subito! Non hai il diritto di filmare!» inveisce un giovane alto con gli occhiali. Una signora prova a prendere le difese dei due che filmano: «Vogliono solo documentare cosa succede. Tutto qui».
«Ma che diritto hanno di riprendere queste cose? Sono affari privati, non è uno spettacolo». Poi si risiede, come conscio dell’inutilità delle sue parole. I due continuano a filmare.
Mi accorgo di non sentire più l’odore delle toilette.
Dall’altoparlante il pilota annuncia che è costretto a ritornare alla base, mentre un ragazzo con la divisa di un corpo speciale, afferra il cellulare di un passeggero e inizia a telefonare, forse alla polizia.
Come l’aereo inverte la marcia tutti sembrano calmarsi. Anche i clandestini. I due francesi con le maglie grigie mollano la loro preda e ritornano al loro posto, al fianco di un ragazzo che ha seguito tutta la scena in silenzio. Sono poliziotti che accompagnano a Cotonou un sans papier. Lo hanno ammanettato dietro la schiena, ma lui conversa tranquillo con una donna della fila davanti. «I don’t know Cotonou. I want to go down» ripete, ma con rassegnazione, con il tono di chi sa che tanto è inutile.
«Nigeriani, nigeriani, sempre casini con loro!» ripetono alcuni passeggeri, ma senza più la rabbia di prima. Se non c’è comprensione ora, almeno, c’è tolleranza. Qualcuno scambia ancora qualche battibecco con i clandestini, ma si sente che sono rimostranze a cosa finita. Come le recriminazioni al termine di una partita, che servono più a sfogarsi che a ottenere un risultato tangibile.
L’aereo si accascia nuovamente sulla pista e viene circondato da auto, cellulari e poliziotti armati di manganelli.
«Go down! Go down!» dice ancora qualcuno senza vigore. I clandestini sono calmi ora. Scendono uno a uno.
«Sanno che una volta qui ci sono le associazioni che difendono i sans papier. Per questo ci provano» dice con calma il giovane alto con gli occhiali.
«Tout le monde doit descendre!» urla ora una donna e lo sguardo va a un nigeriano seduto lontano dal settore dei clandestini. È uno del gruppo, ma non vuole scendere e cerca di camuffarsi. Parla con i vicini. È rassegnato e adesso vuole tornare a casa.
«Tout le monde descend!» ripetono ora più donne e alla fine anche lui prende la sua valigia e scende mestamente. Mi chiedo se forse non era meglio lasciarlo rientrare, ma non serve.
Il portellone si richiude e tutto ora sembra normale. Meno di sei ore di volo. Meno di sei ore per giocarsi la vita. Meno di sei ore, il tempo di andare da Torino a Firenze. Ma su questa rotta sei ore separano due mondi che si odiano e si difendono, distanti non migliaia di chilometri, ma di dollari.
Mi accorgo che mentre l’aereo decolla sto pensando alle nove ore di ritardo e me ne vergogno.

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