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Zemidjan

L’odore di sudore impregna la piccola sala dell’aeroporto di Cotonou. In un caldo umido e soffocante gli addetti scaricano i bagagli. Il sudore cola sulle schiene e sui petti glabri. Macchia le camicie alla cinese, gocciola sui bagagli enormi di turisti e rimpatriati. I beninoises “europei” che tornano per le vacanze, portano enormi radio, computer, scatoloni di abiti, tecnologia di seconda scelta. I turisti, nei loro sacchi colorati e abnormi si portano appresso le loro nevrosi. Le ventole impotenti tentano invano di smuovere l’aria umida che si riempie di fiati e del vapore dei corpi.
«Monsieur, vous êtes espagnol?». La vocina viene dal basso. Non so come sia riuscita a infilarsi nel caos di rumori, voci e urla di tassisti dell’aeroporto di Cotonou.
«Non, italien». Il viso del piccolo si illumina. Fruga nella tasca, sfoglia alcune banconote e mi porge Mille lire lasciategli da qualche turista frettoloso in via di partenza: «Può cambiarmela?».
Cotonou è attraversata da un vento fresco, umido, inzuppato. Sfiliamo lungo i viali deserti e ben asfaltati dei quartieri ricchi. Nulla per le strade, non le bancarelle fioche al lume delle piccole lampade a olio ricavate da lattine usate, non le donne sedute a preparare qualche piatto per i passanti. Quella è roba da Africa, qui siamo in una specie di terra di nessuno, o meglio in una terra di nessuno degli africani.
Gli ultimi zemidjan sfilano solitari a quest’ora della sera, lasciando nel buio scie chiare di fumo dai loro motori scarburati. Sembrano api sperdute, in cerca di fiori in un campo ormai secco. Domattina saranno a migliaia a infilarsi tra le auto, a sfiorarsi l’un l’altro con il loro carico umano dalle ginocchia pericolosamente sporgenti.
Gli zem, come li chiamano qui, sono il vero simbolo di Cotonou. Zemidjan in lingua fon significa “caricami e fammi sobbalzare”. Il significato è ambiguo, ma questi mototaxi, caricano e fanno sobbalzare davvero ogni giorno migliaia di persone lungo le strade asfaltate e non della città. Cento CFA e ti portano dove vuoi. Scorrono continuamente per le strade, li trovi sempre, basta un gesto della mano. Sali e preghi che tengano conto delle tue ginocchia troppo lunghe.
Quello su cui sono salito ha la giacchetta gialla con sulla schiena, sotto il numero che lo identifica, la scritta J’aime trop les jeunes filles. Gli zem sono come le squadre di calcio, ogni città ha una sua divisa. A Cotonou hanno la camicia gialla, a Bohicon è viola, a Natitingou verde.
Da noi ci sono veicoli per trasportare persone e veicoli per trasporto merci. Gli zemidjan trasportano persone con merci. Ne vedi viaggiare con due persone a bordo, oltre al conduttore, naturalmente. Altri il cui passeggero porta un rotolo di lamiera ondulata che raschia sull’asfalto a ogni buca. Uno trasporta un’enorme testa di bue ancora sanguinante. Un altro viaggia imperterrito nel traffico aggrovigliato e stomacato della città zigzagando tra le auto che già si sfiorano. Il suo passeggero sembra imitare l’aeroplano. In realtà tra le braccia allargate regge un vetro di quasi due metri di larghezza.
Quando sono vuoti gli zem vanno piano, come falchi. Basta un accenno ad avvicinarsi al bordo della strada e loro si avventano per caricarti e reinfilarsi nello smog azzurrino e pestilenziale.
Quanti sono? Tanti, tantissimi a riempire con le loro traiettorie intrecciate le vie della capitale. Tanti da diventare appetibili per le mafie locali che se ne contendono il controllo. Nel 2001 ci sono stati sette moto-taxisti uccisi dai racket. Tutti omicidi rituali, organizzati in modo da scatenare la paura del vodu.

Il Livingstone è uno degli yovò bar della capitale. Ai tavolo quasi solo bianchi. Giovani americani dei Peace Corps, con l'aria beata di chi sta “fingendo o non sapendo proprio niente, di quello che può ancora far la CIA”. Adulti tristi della cooperazione e ragazze locali supertruccate, con gonne corte e abiti provocanti. La musica è interrotta dai continui colpi di tosse causata da una vita all'aria condizionata. I fuoristrada arrivano, scaricano i loro bianchi e vanno a parcheggiare poco distante, sotto gli alberi. Qui gli autisti chiacchierano o dormono aspettando che i loro padroni finiscano di mangiare.
Poco distante la sera è squarciata dalla luce accecante dell’insegna di un internet point.
All’Hotel La Plage l’altoparlante sulla terrazza diffonde a turno musica africana e l’Aria sulla quarta corda di Bach. L’oceano è lì di fronte, ma non fa aria di mare. A quest’ora della sera appoggia timidamente le sue onde sulla sabbia scura. Sembra spossato dal caldo e dalla giornata passata a scagliare schiuma sulla spiaggia.
Un venditore di cassette sta accucciato in un angolo in attesa che arrivi qualche nuovo cliente. Di tanto in tanto si alza, poco convinto, e prova svogliatamente a proporre la sua merce alla gente seduta sulla terrazza. Lungo la spiaggia, oltre le payottes, di tanto in tanto scivolano ombre lente. Sembrano sfocate. Un guardiano attento avverte tutti gli ospiti dell’hotel di non andare sulla spiaggia di notte: «E’ pieno di ladri» dice con aria spaventata.
Alcune ragazze eleganti attendono nella hall. Basta incrociare lo sguardo e i loro occhi si fanno ammiccanti. Un rapido alzar di ciglia come a dire: «Andiamo?».
Rita invece arriva mentre sto appoggiato alla ringhiera. E’ robusta e ha la pelle chiara. Capisce subito che tengo le distanze e si mette a ridere: «Stai tranquillo, non voglio “pescarti”. Stasera non ho voglia di lavorare». Viene da un villaggio del centro. La sua famiglia è ancora là. «Metto da parte un po’ di soldi e poi apro un negozio con mia sorella».
Due macchine e un pick up stracarico di persone arrivano suonando il clacson nel cortile dell’hotel. Scendono giovani con le magliette bianche con su scritto un nome che non capisco e iniziano a distribuire volantini colorati. Domani sera ci sarà un incontro di pugilato per il titolo nazionale dei pesi gallo. «Vincerà lui, yovò, il nostro campione. Vieni a vedere il match!».
“Lui” è un tipo massiccio, non più giovanissimo, che sta vicino alle auto, attorniato dai fan. Arriva uno con la macchina fotografica e tutti si stringono attorno al campione per la foto.
«Vien ici, yovò!». Sono l’unico bianco solo. Forse per questo mi invitano nel gruppo. Tutti si mettono impettiti e assumono un’aria seriosa. Colpi di flash bruciano il buio umido della spiaggia. Stringo la mano al campione. Poi, tutti ripartono suonando i clacson.


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