«Come l’attore?»
«Sì, proprio come l’attore».
Una grossa testa rotonda attraversata da una risata che ti contagia. Occhi sottili e un fisico massiccio. Questo è Gabin. Cammina con passo da rugbista. I suoi piedi massicci sprofondano appena nella fanghiglia rossa delle stradine di Abomey.
«Eccolo, il fossato». Passa proprio vicino a casa sua. E’ quasi irriconoscibile, ormai invaso dalla vegetazione. Era il fosso che circondava e difendeva la città, spiega Gabin: «Era pieno di erbe urticanti, per impedire ai nemici di attraversarlo». E’ il fossato che dà anche il nome ad Abomey, “all’interno della cinta”. Gabin si sta battendo perché questo segno della storia non venga abbandonato alla natura. Così come sta cercando di strappare alla distruzione gli oggetti di culto vodu.
«Ci sono sette religiose americane che da un po’ di tempo acquistano gli oggetti dai feticheurs per poi bruciarli». Così lui si è messo a cercare oggetti utilizzati nei riti tradizionali. «Li compro dai figli di qualche sacerdote morto. Da qualcuno che si è convertito. Cerco di salvarli». E così ha realizzato un piccolo museo, in una stanza di casa sua. Che questo piccolo museo è diverso dagli altri lo capisci già all’ingresso, quando un cartello ti invita a toglierti le scarpe. Come si fa quando si entra in casa di qualcuno. Un segno di rispetto.
Un debole neon illumina con garbo i muri dipinti di azzurro. Gabin si accovaccia davanti a una tavoletta di legno coperta di sabbia e inizia a parlare della geomanzia Fa: «Una pratica che ci è arrivata fin dalla Mesopotamia, attraverso l’Egitto e la valle del Nilo». Le grosse braccia di Gabin si muovono nel disegnare segni, migrazioni, simboli, viaggi di cose, uomini e idee.
Mostra i grani di palma, quelli maschili e quelli femminili, usate per le offerte rituali. Le conchigliette che si gettano sulla sabbia perché diano vita a qualcuna delle sedici combinazioni previste dal Fa. Mi viene in mente il dio-oggetto di cui parla Marc Augé. Un dio fatto di materia, una materia che diventa viva, che pensa, che agisce muovendo forze che gli uomini non possono controllare. Materia che la nostra scienza indaga e che anche per noi produce forze, ma senz’anima. E’ solo forza, energia, non divinità. O forse no. E’ forza che produce denaro, questo sì una divinità.
Il racconto di Gabin corre sul doppio binario del simbolo e della sua rappresentazione materiale. Un sistema simbolico ha bisogno degli oggetti, perché rendono materiale il dio. Talmente materiale che le statue delle divinità o i suoi simulacri, veri e propri ricettacoli dell’essenza di ciò che rappresentano, devono essere nutriti. A loro si portano offerte di cibo e bevande, perché rappresentano allusivamente l’immagine del corpo umano. Questi oggetti non si limitano a rappresentare una relazione tra ciò che sono e ciò che rappresentano, la creano.
La materia pura è però difficile da immaginare, “cattiva da pensare”, si potrebbe dire parafrasando Lévi-Strauss. Occorre allora darle una forma di vita, un’intelligenza. Ecco cos’è l’animismo. Come dice Augé: “I feticisti adorano il legno e la pietra. Non hanno scelta: pensano.”
Sembra uno di quegli scrosci di pioggia monsonica che qui sventrano l’estate Gabin quando si mette a spiegare i significati, le storie, le credenze che quegli oggetti gli raccontano. Lui stesso è stato iniziato al vodu, lo dice ridendo, ma è vero. Racconta di avere aiutato una ragazza italiana a fare ricerca sui guaritori tradizionali: «Io ascoltavo cosa le dicevano, ma quello che mi interessava era quello che non le dicevano. Una volta ho chiesto a uno perché non le aveva spiegato una certa cosa. “Perché questo lo dico a te, ma a lei no” mi aveva risposto». Mentre parla il vodu si allarga a macchia d’olio, piano piano ricopre ogni angolo delle vite della gente di qui. Una forza che attraversa la terra, le persone, come una radiazione alla quale non si sfugge.
«Io dormo poco, mi alzo prestissimo. Una mattina, era ancora buio, ero qui in cortile e vedo arrivare un uccello nero che si posa ai piedi di quell’albero. Ho preso un sassolino, gliel’ho tirato e lui è volato via. L’indomani viene a bussare un tipo che non avevo mai visto. “Perché mi hai tirato una pietra?” mi chiede. Perché non sapevo chi eri, gli ho risposto. Lui ha capito e mi ha detto che sarebbe ritornato quella notte e così è stato».
E’ difficile non sentirsi a disagio di fronte a racconti come questi. Difficile abbandonare del tutto il razionalismo occidentale. Si resta lì, sforzandosi di non giudicare in fretta in nome del relativismo, ma restii a lasciarsi andare fino in fondo.
«Anche il vescovo ha un suo guaritore di fiducia – dice – E’ lui che visita le ragazze del collegio. Il guaritore, per rispetto, viene senza mai farsi vedere. Cura e se ne va».
Alla fine della visita, Gabin va a prendere una tavoletta di legno. Ci sono dei fori, dei segni incisi, una striscia di stoffa con sopra cuciti degli oggetti. «E’ un calendario» dice tenendolo tra le sue manone con delicatezza, come fosse di cristallo.
Le dodici lune, incise leggermente e quasi nascoste dalla patina scura del legno indicano i mesi. Sotto, sempre sul lato destro sette punti appena accennati, o forse consumati dal tempo, segnano la settimana araba. Sul lato opposto, nell’angolo in basso a sinistra, quattro cerchietti: «Sono i quattro mercati che formano la settimana locale. Questi fori qui in alto, invece, sono i 31 giorni del mese» dice Gabin muovendo un piccolo piolo di legno da un buco all’altro.
La striscia di stoffa che attraversa la tavoletta in verticale ha nove piccoli oggetti cuciti in fila: «E’ la settimana vodu, ecco questo è Medjo e indica la nascita; questo è Mekou, la morte; Vodun, lo spirito; Azon, la malattia; Vo, il sacrificio; Hwe, il percorso; Bo, l’amuleto; Hen, decadenza; Fa, la divinazione, la risoluzione».
Quante concezioni del tempo ci sono in quella tavoletta? Ecco la prova materiale della traducibilità delle culture, che rispondono diversamente a problemi comuni.
Usciamo nel cortile. La mamma di Gabin sta seduta sotto la veranda. Ha la faccia simpatica e sorride mostrando i pochi denti che non si sono ancora arresi all’ottusità del tempo.
«Come va?»
«Sono qui, aspetto di partire, sono pronta».
“Non dica così”, mi verrebbe da dire, ma lei sta ridendo e le mie parole, più o meno di circostanza, perdono ogni valore. Evaporano nel nulla come l’umidità della terra sotto lo schiaffo del sole.
«Quanti anni ha tua madre?»
«Sessantanove anni – dice Gabin – è giovane!». Lo dice forte, perché lei senta.
«Ehi, chi è giovane? Io? Non sono mica giovane!». Finge di arrabbiarsi, la madre. Gabin ha fatto quella battuta perché la sera prima gli avevo raccontato un episodio di un viaggio in Senegal. Il ragazzo che ci faceva da guida ci aveva invitati a casa sua, a Louga. Nel cortile c’era tutta la famiglia, in un via vai di bambini, ragazzi, adulti, donne che preparavano da mangiare. Il ragazzo ci presentò suo padre, un uomo alto, con i capelli appena brizzolati e la pipa sempre in bocca.
«Quanti anni ha?» chiese una signora del gruppo di turisti che avevo accompagnato.
«Sessantacinque» disse il ragazzo.
«E’ giovane» esclamò la signora.
«No, è vecchio»
«Ma no, è ancora giovane»
«E’ vecchio, molto vecchio» insisteva il ragazzo.
Era buffo vedere la signora, sinceramente impegnata nel voler fare un complimento, risentirsi per l’insensibilità del giovane. Senza capire che, dicendo che era giovane, stava sminuendo il padre di tutto quel carico di valori, conquistato a prezzo di anni di vita, che accompagna gli anziani nell’Africa tradizionale.
Andiamo a cena in un piccolo ristorantino. «Sotto l’albero» dice Gabin, ma stasera diluvia e ci tocca mangiare all’interno. Ci sono alcune pentole allineate: pollo, montone, pesce, formaggio e salse varie. Due donne fanno andare avanti il localino. Arriva anche Roumain, un amico di Gabin. La discussione scivola prima in politica: «Silviò (lo chiamano così, qui in Benin, con l’accento sulla o) e Bush hanno la stessa visione del mondo» dice Gabin, addentando un pollo che sembra voler rivendicare fino all’ultimo una vita da vero ruspante della savana. Si passa a Bin laden e poi alla razionalità occidentale. Gabin sostiene che noi occidentali siamo più infelici degli africani. Qualche ragazza fa notare la fatica delle donne, la loro sottomissione, il potere maschile. Ironia e polemica si intrecciano. Gabin è un provocatore e esaspera il suo ruolo di maschio. Alza il bicchiere di birra, strizza gli occhi e la sua voce riempie la stanza. «L’homme c’est un cadeaux pour la femme!» esclama scoppiando a ridere.
Riprendiamo del presente di tutti noi, perché ormai non ci sono più “noi” e “loro”.
«Lo scambio, l’incontro è necessario» ripete Gabin.
«Il problema è che voi africani conoscete noi molto meglio di quanto noi conosciamo voi».
Alziamo il bicchiere e Gabin e vado dietro a Gabin che si è messo a cantare: «Avec ma gueule de meque, de juif errant de patre greque…». La pioggia ha smesso di tormentare le strade di terra rossa. E’ strano, le parole di Moustaki non mi sembrano nemmeno fuori luogo.