I voluminosi fuoristrada lucidi riflettono le luci giallastre, mandando bagliori straniti. Il posteggio dell’hotel è stretto e gli autisti, dopo aver scaricato i loro padroni, si impegnano in difficili manovre millimetriche per infilare nei pochi spazi quei musi corpulenti fabbricati in Giappone per venire a incastrarsi qui, tra gli alberi di mango.
Il cortile dell’hotel Tata Somba è ormai gremito di gente. Palle luminose emanano una luce stantia sul bordo della piscina. Tutto attorno, il prato è stato riempito di sedie. Gente elegante, incravattata. Donne con acconciature da grande occasione. In alto, appeso al muro di cinta, uno striscione blu con la scritta bianca domina la riunione: La bellezza al servizio dello sviluppo. E’ la selezione finale per l’elezione di Miss Atakora.
Un’ora dopo l’orario previsto il presentatore in camicia rossa inizia a provare il microfono. Non funziona, ma lui prova lo stesso a parlare. E ci riesce. Di tanto in tanto il microfono prende e allora la sua voce si fa potente e metallica, poi qualche scarica e ritorna alla sua dimensione naturale. I ringraziamenti alle autorità durano una mezz’oretta. Il presentatore fa la voce ufficiale. Nessuno viene risparmiato e tutti si gustano il loro applauso canonico. Poi è la volta degli sponsor. Altra mezz’ora e altri applausi. Il presentatore qui si fa ruffiano, ma inizia ad accennare qualche battuta. Il microfono ora saltella un po’ di meno e quasi riesce ad amplificare tutto ciò che dice.
I membri della giuria vengono presentati uno a uno: un amministratore, una parrucchiera, una sociologa … applausi. Poi viene fatta entrare Miss Borgou, eletta la settimana precedente. «E’ qui per vedere le sue concorrenti e per fare loro gli auguri di buona fortuna» dice melenso il presentatore. La ragazza fa un giro della piscina con passo da sfilata e si siede accanto alla giuria.
Il presentatore chiama a parlare Madame la Presidente dell’associazione nazionale per l’elezione di Miss Benin. Una donna piccola e tozza. Sale su una specie di palco, afferra il microfono che, forse impaurito, inizia a funzionare perfettamente, amplificando la voce di Madame la Presidente trasformandola in una sorta di boato da oltretomba. «Vorrei che tutti, dico tutti, riflettessero sullo slogan di questa iniziativa, la bellezza al servizio dello sviluppo – il tono è accusatorio – Perché io lo so che c’è gente piena di falsi pregiudizi. Ci sono genitori che non mandano le loro figlie a questo concorso perché pensano chissà cosa. Ebbene, quei signori pensano male! Pensano che questa sia una cosa che ha a che fare con la prostituzione! – la voce si fa urlo – Io, in quanto sociologa, madre di famiglie e donna impegnata dico che non è vero. E che nessuno si azzardi a dire che questa è una cosa da prostitute! Manifestazioni come queste contribuiscono a modernizzare il paese». Fa una pausa per farsi passare la concitazione. Poi riprende con voce calma, mielosa: «Amerei che chi non è autorizzato, non scattasse foto alle ragazze – il tono si fa ancora più suadente, ma con una punta ambigua – Altrimenti verrà multato e la multa è molto salata!». Applausi.
Madame la Presidente se ne va e il presentatore deve mettercela tutta per uscire dall’atmosfera da sermone calvinista imposta dalla donna. «Bene e adesso cominciamo a conoscere le dieci ragazze finaliste! Usciranno una alla volta per la presentazione, poi, sempre una alla volta faranno il giro della piscina». Iniziano ad apparire le prime, lanciate dalle esclamazioni enfatiche del presentatore ormai su di giri: «La regina! La più bella! L’unica!». La gente applaude. Il microfono, ormai intimidito da Madame la presidente, sembra aver preso coscienza dell’importanza del fatto e gracchia solo di rado.
«Ci sono quattro giri da fare – continua il presentatore eccitato – Il primo per giudicare il portamento, il secondo per l’eleganza, il terzo…». Anche il pubblico inizia a perdere l’aplomb iniziale e iniziano battute e colpi di gomito tra i maschi. Alcune ragazze, che non stonerebbero affatto tra le candidate a miss, si muovono tra la gente lasciando scie zuccherose di profumo.
Esca la prima ragazza. «Ah! Se non fossi sposato…» scherza il presentatore ormai liberatosi degli obblighi formali ufficiali. Una musica da spot della Barilla accompagna le sfilate. Le ragazze, con i tacchi, camminano impacciate sul bordo stretto della piscina. Le sfilate sono di una lentezza estenuante. Il presentatore si sforza di trovare aggettivi e superlativi per ogni ragazza: «Ecco a voi la regina delle colline! Ora la leonessa della savana! La più alta delle concorrenti…»
Finita la prima sfilata, un gruppo di musicisti tradizionali intrattengono il pubblico nell’attesa della seconda tornata. Sono tutti in costume, con tamburi e flauti. A metà del secondo pezzo, arriva il presentatore e dice ai suoi addetti che le ragazze sono pronte. I musicisti vengono interrotti e cacciati di brutto e la sfilata riprende. Ora le giovani sono scalze e si muovono più disinvolte. Sfilando lanciano sguardi ammiccanti verso il pubblico e si muovono in modo provocante.
Qualche commento salace inizia ad arrivare dal pubblico. Madame la president non ne sarà entusiasta. Ma sono gli ultimi colpi di coda. La noia sembra piano piano avvolgere tutti. Anche il presentatore smette di fare battute e si limita a fare il suo mestiere di annunciatore.
Qualcuno inizia ad andarsene. All’ingresso dell’hotel alcuni giovani agganciano quelli che escono per farsi dare il biglietto usato e tentare di entrare. Sulle carrozzerie tirate a lucida dei fuoristrada la luna sembra ancora più luminosa. Gli autisti iniziano ad accendere i motori. Qualcuno continua a dormire.
Tra morbide colline dell’Atakora sorge Kouandé, sede di un’antica chefferie che, fino all’arrivo dei coloni francesi, dominava la regione. Il capo, che anche qui ora viene chiamato “re”, è Bagana III, un signore molto colto, che ha studiato per alcuni anni a Roma per diventare prete, poi è stato richiamato in patria. All’epoca della Revolution venne boicottato e perseguitato. «Ora sta cambiando, il governo inizia nuovamente a riconoscere che i capi tradizionali hanno un ruolo importante. La gente ci ascolta. Ascolta più noi che i politici». Gli chiedo quali sono i suoi rapporti con il prefetto locale: «Buoni. Buoni per forza, perché se lui vuole fare qualcosa che coinvolga la gente, deve venire prima da me, altrimenti sa che fallirà».
I capi tradizionali, percepiti dalla gente più vicini rispetto ai politici, rappresentano una sorta di contropotere rispetto allo Stato. Non ne sono riconosciuti ufficialmente, ma controllano e catalizzano l’opinione di molte persone. Fatto quanto mai rilevante in occasione delle elezioni. Un candidato che voglia i voti di un villaggio o di una chefferie, deve spesso passare attraverso le lobbies dei capi locali.
Ecco allora che in questo clima di apertura dello Stato, si cerca di ricreare una nuova immagine dei capi, utilizzando codici e linguaggi spesso mutuati dall’Occidente: i capi diventano allora “re”, con corti, palazzi reali e fogli di carta intestata. La storia diventa un referente universale di legittimazione, il museo la sua testimonianza.
«Ce ne sono di veri, che hanno una tradizione, ma molti sono spuntati ora, dal nulla» aveva concluso l’amico di Bohicon svuotando l’ultimo sorso di birra «Sai perché qui sono tutti re? Perché sperano di avere sovvenzioni dallo Stato».