Il gendarme graduato sta seduto con aria cattiva. Fissa nel vuoto davanti a lui e agita nervosamente un bastone di legno. L’autista rimane in piedi poco distante, un po’ chinato, in segno di reverenza: “Patron, i miei documenti”.
«Aspetta!» dice il graduato, corrucciando la fronte sotto il suo cappello di carta.
«Cosa facciamo?» chiede fingendo di sussurrare il gendarme semplice.
«Facciamolo aspettare, questi burkinabe hanno un sacco di soldi. Vedrai che capisce».
L’autista tenta una supplica: «I documenti, patron».
«Fallo aspettare ancora un po’»
Non è una delle tante scene di corruzione quotidiana vissute dagli autisti beninois sulle strade del loro paese e di quelli vicini. È una delle pièces satiriche messe in scena da un gruppo di giovani di Natitingou. Espoir du soleil si chiamano e dal 1997 girano per i villaggi della regione con il loro repertorio satirico.
«Abbiamo iniziato in tredici, tutti amici» mi dice Fall, uno dei fondatori del gruppo. Lungo, allampanato, con la testa rasata, gira con una canottiera da basket e scrive poesie bellissime. Sembra uscito da un film di Spike Lee. «Non siamo dei professionisti. La nostra intenzione era di sensibilizzare la gente su temi sociali e ci è sembrato che il teatro fosse la formula giusta».
I ragazzi dell’Espoir du soleil, a partire dal 1999, hanno iniziato a rappresentare i loro pezzi nei villaggi della regione. Recitano in wama, in otammari e in yom, a seconda del pubblico presente.
«Quello che ci preme è far riflettere la gente sui problemi attuali, come la corruzione dei pubblici ufficiali, le mutilazioni genitali, il SIDA. Noi provochiamo, facciamo ridere, ma la gente poi su queste cose discute, si arrabbia. È questo che vogliamo».
La scena dei gendarmi che aspettano di essere unti è esilarante. I ragazzi imitano alla perfezione l’atteggiamento arrogante di molti poliziotti locali sempre in caccia di tangenti. Così come la segretaria della pièce successiva, che si rivelerà essere anche l’amante del capo e che vessa i poveri cittadini, che devono ritirare i loro documenti, facendoli attendere per ore, mentre il solito furbo, con un biglietto da 1000 CFA tra le dita ottiene subito il suo dossier con mille riverenze e ringraziamenti.
C’è poi una storia sui matrimoni forzati, dove un padre, contro il volere della moglie, promette la figlia in sposa a un anziano benestante che si rivelerà ben presto un millantatore. I dieci camion promessi al padre della sposa non esistono così come la villa e tutte le altre ricchezze. Non ci sono nemmeno i soldi per mangiare, nella nuova coppia e l’anziano marito arriverà persino a picchiare la ragazza.
In questa, come in altre pièce, dietro alle risate c’è l’amarezza di una realtà che vede spesso le donne in balia di tradizioni dure a morire. Come quella dell’escissione. Una coppia giovane vorrebbe impedire che la figlia venisse sottoposta a questa pratica, ma intervengono gli zii e i parenti e la costringono a subire la mutilazione che la condurrà alla morte.
I ragazzi e le ragazze del gruppo sono bravissimi. Con sarcasmo e ironia mettono in luce le contraddizioni della loro società. Imitano benissimo la parlata impacciata del contadino, il tono pomposo del funzionario, l’aria snob dell’impiegata pubblica.
«I pezzi li scriviamo noi. Più che scriverli, li abbozziamo, poi ognuno improvvisa come gli pare. Cambiamo di volta in volta». Si battono contro una tradizione talvolta soffocante e inadeguata, ma anche contro il malvezzo dei nuovi potenti. E lo fanno con il mezzo più tradizionale della cultura africana: l’espressione orale, che poi orale non è mai stata, bensì teatrale. Una tradizione che sa rinnovarsi e adeguarsi, adattandosi ai tempi.
«Ci contattano spesso le ONG e altre organizzazioni che si occupano di animazione rurale e sensibilizzazione».
«Quanto costa ingaggiarvi?»
«Costa la fatica di invitarci» dice Fall ridendo «La gente, se vuole, ci dà qualcosa alla fine dello spettacolo. Tutto lì. L’ho detto, non siamo professionisti. Noi facciamo un teatro-forum, cerchiamo di coinvolgere la gente. Vieni e vederci una sera».
La sera arriva in fretta nei villaggi africani. La gente siede tutta in un prato, in attesa degli attori. Anche questa volta il tono è satirico e lo stile e quello della commedia dell’arte.
Il titolo è L’eau de mon barrage. Nella regione, afflitta da sempre da siccità come tutto il Sahel, organizzazioni di cooperazione hanno costruito negli ultimi anni numerose dighe e dighette per imbrigliare la poca acqua piovana. Acqua che serve per irrigare campi e orti, ma che spesso viene utilizzata dai contadini locali per bere. La pièce mette in scena una famiglia sul cui campo è stata costruita una di queste dighe. Per questo il capofamiglia parla di “mon” barrage: «Lo hanno fatto sul mio terreno è quindi è mio» ripete con enfatica presunzione. Gli altri cercano invano di convincere lui e la moglie che il barrage è stato fatto per tutta la comunità. Nulla. La moglie inoltre prende in giro le altre donne che facnno chilometri per prendere acqua dal pozzo, mentre lei può bere l’acqua del “suo” barrage, senza fare un passo.
Danze e tamburi interrompono la scena. Poi la coppia ricompare. Lui è diventato cieco a causa dell’oncocercosi, lei zoppica per il verme di Guinea. La gente si sbellica, deride i due sbruffoni, li insulta. Poi gli attori si bloccano. La scena rimaneva come sospesa.
Entra in scena il presentatore, una specie di arlecchino che gioca a fare il provocatore e si rivolge al pubblico: «Avete visto? Avete capito chi aveva ragione e chi no?».
Dal pubblico arrivano commenti e lazzi.
«Bene, allora, tu, vieni qui». Il ragazzo indicato si avvicina agli attori.
«Allora chi ha ragione?»
«Loro sbagliano» dice il ragazzo, indicando la coppia.
«Ma che sbagliano e sbagliano, vacci tu a prendere l’acqua a tre chilometri. Io bevo la mia, qui, a due passi da casa!» fa la donna inviperita.
«Ma è sporca, vi fa male!»
«Macchè sporca! Le dighe le fanno i bianchi e loro sanno come fare» replica il marito con aria dolorante.
Il pubblico ride, risponde agli attori, che continuano la loro parte. La gente discute, si accalora, cerca di spiegare e capire.
«È questo che intendiamo per teatro-forum» mi spiega Fall alla fine, «La gente viene qui e continua la recita. Spiega ai personaggi del teatro dove sbagliano. Chiunque può intervenire. A volte, in qualche villaggio, sono andati avanti fino alle tre di notte. Noi crollavamo dal sonno e loro lì a discutere. È a questo che deve servire il nostro teatro».
C’è anche questo in Africa. Nessuno ne parla, ma c’è. Uno dei mille segni di una terra che sta faticosamente rivoltando le proprie radici per ripiantarle in un suolo forse migliore.