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L’homme de Bohicon

«Et l’homme de Bohicon?».
Lo chiamavano così, Lawa egli altri amici di Natitingou, “l’homme de Bohicon”, perché Carlo aveva lavorato lì per tre anni in un progetto. L’homme de Bohicon non c’è più e non c’è più la sua barba bianca, che qui in Africa ti fa sembrare saggio.
Saggio, a modo suo, Carlo lo era, ma non di quei saggi austeri, seriosi, che vogliono insegnare a vivere agli altri. Carlo cercava faticosamente di insegnare a se stesso, con mille contraddizioni, come tutti quelli che non smettono di sognare. Solo un sognatore, a più di cinquant’anni, poteva abbandonare tutto, per mettersi a vagabondare il mondo da volontario della cooperazione. «Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico» scriveva Walt Withman, «sono immenso, contengo moltitudini». Avesse conosciuto Carlo, gli avrebbe certamente dedicato questi versi.
L’homme de Bohicon amava i villaggi del nord. Arrivava con la sua facciona sorridente, la sua romanità strabordante, esagerata ad arte, per creare allegria. E ci riusciva. Esagerava, gli piaceva farlo. Così gli veniva più facile nascondere le sue ansie, i suoi dubbi, le sue indecisioni. Forzava la mano all’umore, per uscire dalla gabbia della malinconia.
Una sera, seduti nel suo giardino di Bohicon, unico caso di convivenza felice tra un cane e una scimmia, entrambi adottati da Carlo, mi disse: «Lo so che a volte rischio di diventare una maschera». Lo sapeva, ma lui era come il Keaton di Guccini, che si ubriacava con gli amici, perché “ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”.
Un giorno salimmo assieme sulla collina di Seseirhà. Ci accolse la gente del villaggio, offrendoci birra di sorgo e sodabi, un distillato di cereali. Fortissimo. Prima uno, poi l’altro, tutti quelli che andavamo a salutare ce ne offrivano. Saluti, risate, discussioni, a un certo punto mi voltai e vidi Carlo, sdraiato sopra la pelle su cui possono sedere solo i capi, che dormiva, lungo disteso sulla schiena, con un sorriso beato. Scoppiammo tutti a ridere. Il capo era il primo a spanciarsi, nel vedere quell’omaccione barbuto, russare suo “trono”, ubriaco e felice.
Qualche volta abbiamo anche avuto divergenze, sui modi diversi di intendere i rapporti con i locali, ma alla fine, la nostra passione per l’Africa prevaleva e magari ci accordavamo sulle cose in comune, facendo un po’ ipocritamente finta di ignorare i punti di contrasto.
Quando l’ho detto a Gabin e Roumain, i suoi più cari amici di cene ne discussioni, sono rimasti senza parole. Non è possibile, ripetevano, rievocando battute, scherzi, manie di Carlo: «Metteva il sodabi nel frigo e lo beveva con il limone, come la vodka!». Lo abbiamo ricordato, versando per terra un po’ di birra, come si usa fare qui.
A volte sembrava voler credere a ciò che gli faceva piacere voler credere. Amava credere di sentire le forze della terra, che fanno vibrare i cuori degli africani. Come se fossero state cose sue. Cercava un qualunque aggancio, per sentirsi “uno del posto”, per cancellare in qualche modo il suo passato. Per credere di stare vivendo davvero una vita diversa.
A pochi chilometri da Bohicon sorge un edificio, che un cartello semi arrugginito indica come Palazzo reale di Dako Donu, il primo re del Dahomey. Ci sono vecchi muri in terra rossa, ormai rosicchiati dalle piogge e dagli anni. Dentro, resti di edifici slabbrati. Hanno messo anche una gabbia con una leonessa e due leoncini per attirare i turisti.
Carlo amava andarci di tanto in tanto, non per il palazzo e men che meno per i leoni, ma per il grande albero che riempie metà del cortile principale. Un iroko enorme, dalla chioma fitta. Arrivava, appoggiava la sua mano sulla corteccia dura, come a volerne assorbire al linfa, poi, ogni volta, diceva: «Guardalo, non è un amico? Un amico che ti protegge».
Che la sua ombra ti sia dolce, homme de Bohicon.

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