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Pomme

«Pomme! Comment ça va?». Pomme, tutti ormai lo chiamano così. Lo sanno che il suo nome è Salia Yallou, ma per tutti, qui a Natitingou lui è Pomme. Nulla a che vedere con le mele. P.O.M.M.E. significa Pour un Monde Meilleur, una ONG locale, fondata da Yallou.
Lo avevo conosciuto alcuni anni fa, insieme a Carlo, “l’homme de Bohicon”. Si discuteva di progetti per la pulizia della città, cosa fare, quali metodi utilizzare, i camioncini, le carrette con gli asini... Un anno dopo camminavo per la via centrale di Natitingou e mi sento chiamare: «Marcò! Marcò!». Lo vedo alla guida di un trattore, che trainava un carretto rosso, pieno di immondizia.
«C’est Pomme, regarde! Pas de bavarderie!» e indicava fiero la scritta Pomme, in bianco sulla fiancata del carretto.
Stasera siamo seduti a chiacchierare dei problemi del Benin, come tante altre volte. Il cielo oggi è stato di cattivo umore fin dal mattino. Poi verso sera sembrava aver perso la pazienza e volersi arrabbiare. Ha sbuffato nervoso un po’ di nuvole nerastre a mettere paura agli uomini. Poi, stufo e annoiato, ha deciso che non ne valeva la pena e con un ultimo soffio, le ha spinte verso le colline.
Ora accenni di stelle galleggiano nella notte color indaco.
«Sono stato in Europa sai? In Belgio, invitato dai partner della cooperazione. Alla fine mi hanno chiesto se mi sarebbe piaciuto vivere in Europa. No, no gli ho detto. Non è mica vivere questo!». Pomme, con quella sua aria da comico di cabaret, dice cose serissime.
«La gente è sempre di fretta, tutti corrono e tutti pianificano tutto. Io, qui, se voglio andare a casa di qualcuno, ci vado. Mica lo devo avvertire. Ci vado e mangio, perché di sicuro mi dà qualcosa da mangiare o da bere. Là è tutto programmato, devi telefonare prima e gli altri devono organizzarsi per riceverti. Poi la gente non si saluta nemmeno, sembra che non si vedano. Sempre di fretta, nessuno ha mai tempo. Sai qual è la prima cosa che mi ha scioccato? Quando sono arrivato all’aeroporto, c’era quel coso lì... il tapis roulant. Ho provato a salirci e a momenti mi inciampavo. Poi guardavo loro che salivano e continuavano a camminare per andare ancora più veloci. E io mi dicevo: cos’è questo?
Vai negli uffici, tutti che vanno e vengono di corsa. Se vai in un ufficio da noi, trovi uno che dorme sul tavolo e non si sveglia nemmeno se lo chiami. Non fa niente tutto il giorno, però alla fine del mese è il primo a fare la fila per prendere lo stipendio.
Allora mi sono detto che forse lo sviluppo è questo: sviluppo significa lavorare sempre».
Pomme parla e noi ci sentiamo degli idioti. Il ritratto che sta facendo del modo di vivere occidentale è spietatamente lucido.
Gente che abita vicino e nemmeno si saluta, che passa le serate davanti alla televisione, che è sempre a corto di tempo, sempre. Pomme a un certo punto si ferma, come colpito da un dubbio atroce. Poi si fa serio e mi chiede: «Secondo te, cosa bisognerebbe fare per risolvere i problemi dell’Africa?».
«Scuole, forse» gli dico timidamente, «e poi che gli africani scelgano la loro strada».
Nemmeno lui ha una risposta. Poi ci mettiamo a parlare della Cina e dei loro prodotti che hanno invaso l’Africa occidentale. «Costano poco e vanno bene» dice, «I cinesi hanno ammazzato la povertà».

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