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Una donna africana

Questo è un racconto che non avrei mai voluto scrivere. In qualche modo mi sono però sentito in obbligo di farlo, “per decenza” avrebbe detto Orwell. Perché nell’attraversare questa nostra vita incespichiamo, più o meno per caso, in quella di altre persone. Tutti noi abbiamo una storia, ma ci sono persone che sono storia. Céline è stata una di quelle. «È stata una donna di fede» ha detto il prete alla messa funebre. Non so se si limitasse a pensare alla fede cattolica, ma Céline è stata davvero una donna che ha creduto. Ha creduto nella sua forza, nella sua volontà di poter camminare lungo il sentiero dei propri principi. Lei, donna colta e cattolica, non ha mai rinnegato le sue radici animiste, non ha mai disprezzato, come fanno molti convertiti, gli spiriti del villaggio dove è nata. Ha portato avanti i due fardelli con saggezza, umiltà e forza.
Ricordo un giorno che andai a trovarla al villaggio dei suoi zii materni. C’era stato un decesso in famiglia e lei, con le altre donne, celebrava il lutto. Quando fu ora di partire, mi accompagnò fuori della casa, come si usa fare qui, ma si fermò sulla porta del recinto: «Quando siamo in lutto, non possiamo uscire dal cortile» mi disse e mi salutò con la solita risata, come se avesse esagerato a dire qualcosa.
«È stata una gran donna, ringraziamo la vita di avercela data» mi aveva detto Carlo per telefono quando gli comunicai la notizia. Sì, anche io ringrazio di aver conosciuto Céline Daganà Yorò e voglio farlo raccontando un po’ della sua storia. Un po’, perché nessuno sa mai tutto delle storie degli altri.
«Quanti anni, giorno per giorno, dobbiamo vivere con uno per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è. Turisti del vuoto, esploratori di nessuno, che non sia io o me» canta Francesco Guccini. E io Céline la vedevo una volta all’anno, da quando nel 1992 ho iniziato a venire qui, tra queste colline del Benin. Ma grazie a lei ho conosciuto meglio la sua gente, questa terra, la fatica delle donne, la capacità di risollevarsi dai colpi della vita.
«Una donna guerriera» l’ha definita qualcuno nel corso dell’orazione funebre. Forse lei si sarebbe messa a ridere sentendo quelle parole così solenni, con la sua risata schietta, perché questa era la sua vera forza. Ecco cos’era Cèline, una donna africana, semplicemente.
Una donna che per tutta la vita si è caricata sulle spalle e sull’ anima la vita di altre persone. È questo che fanno le donne. È così che va il mondo. Non lo sa ancora quella bambinetta dagli occhi dolci, che sta seduta per terra accanto al rettangolo di cemento in mezzo al cortile dove le donne preparano la birra di sorgo. «Sei vicino alla nonna» le dice Noelly ridendo. Lì sotto, sotto quel cemento c’è il corpo di Céline. La piccola la guarda con gli occhi incantati sua madre. Arriva una bambina un po’ più grande, forse la sorella, la prende in braccio e la porta in casa.
Lì davanti c’è una capanna rotonda, l’unica in mezzo alle case rettangolari che stanno attorno. Sembra quelle dei villaggi, ma più grande. L’odore acre della birra di sorgo si affaccia alla porta. Cabaret de la paix c’è scritto sopra il muro. Lì dentro è un mondo. Un mondo di donne, come di donne è tutto il mondo di Céline.
Disegni blu dipinti muro circolare avvolgono la stanza. Ogni disegno è accompagnato da un motto: il legno che mescola l’indaco brilla sempre di viva bellezza, dice uno.
Lo sciocco ha il cuore in bocca, il saggio ha la bocca nel cuore, un altro.
Nel Cabaret lavorano una dozzina di donne. «Le mie sorelle» diceva Céline ridendo. È stata lei a organizzarle in una cooperativa. Comprano il sorgo all’ingrosso e poi ognuna di loro, a turno, produce la birra che si vende al cabaret. Le “sorelle” scherzano: «Siamo come le dita di una mano. Da sole non facciamo nulla, ma tutte insieme qualcosa riusciamo acchiappare». La risata di Céline era dolce e forte e finiva sempre con una piega di tristezza. Aveva tre lunghe cicatrici che le solcavano il volto. Segni spessi, pesanti, ma quando lei sorrideva sembravano scomparire nel vapore della sua gioia. Quando diventava seria, invece, le cicatrici si allungavano lungo le guance, sembravano più spesse e disegnavano una quasi austerità il suo viso.
«Mio padre non le voleva. Lui aveva una mentalità aperta, era un uomo calmo. Lavorava la terra, ma aveva delle idee sue e spesso non era d’accordo con la famiglia. Infatti è stata mia zia a farmele fare. Ha aspettato che mio padre fosse in viaggio. Mia madre era a Karhun per delle cerimonie. Io avevo sei anni. Mi ricordo bene quando me le hanno fatte, con un piccolo coltello. Poi mi hanno portato a casa e mi hanno messo dell’acqua calda e del burro di karité. Piangevo dal male e perché vedevo tutto quel sangue. Quando è rientrato mio padre era furioso, ma ormai erano fatte. Dappertutto».
Le incisioni sulla pelle di Céline infatti correvano anche sulle braccia e sulle gambe. Sono i segni dei gourmantché, genti che scesero qui, tra queste verdi colline del Benin, abbandonando le pianure abbrustolite e dure del Burkina Faso. Sono la “carta d’identità” dicono qui ridendo. Guardi in faccia uno e capisci da dove viene. Ogni caimano ha il suo stagno recita uno dei motti sul muro del Cabaret de la paix.
Era in questo cortile che facevamo lunghe chiacchierate. Lei era nata a Seseirhà, un villaggio arroccato sulle colline: «Ero l’unica figlia di mio padre e sono cresciuta con il modo di vivere della gente delle colline. Ricordo che giocavamo con giocattoli fatti di legno e che avevo molti amici. Molti di loro hanno già lasciato questo mondo».
Rumori di martello del carpentiere di là dalla via riempivano il sottofondo, mentre raccontava, seduta all’ombra di un piccolo mango. Motori di camion squassavano l’aria per cercare di rimontare una salita piena di buche.
«Mio padre era un ancien combattent ed era il solo al villaggio, che capisse un po’ il francese, il fon, il nago e quando arrivava uno straniero era lui che lo accoglieva. Lui non era capo villaggio, ma era come se lo fosse. Era diventato molto amico del vescovo di Djougou. È stato lui a portare la religione cristiana qui, anche se non ha funzionato.
Il vescovo non tentava di convertirci, ma io mi sentivo trasportata dalla religione e desideravo diventare una religiosa. Ho chiesto a mio padre e a mia madre, loro erano d’accordo, ma i parenti si sono opposti in quanto ero figlia unica e non potevo partire così, senza fare figli, senza lasciare un ricordo».
I parenti si opposero anche all’idea che lei andasse a scuola, ma suo padre non volle sentire ragione.
«All’inizio non avevamo mica capito cos’era la scuola e così ci fermavamo sulla collina a giocare, ad arrampicarci tutto il giorno. Poi hanno messo un segretario guardiano. Tutte le mattine prendeva il sentiero e veniva a cercarci per mandarci a scuola. Fino a che ci siamo abituati e abbiamo iniziato a frequentare regolarmente. Partivamo ogni mattina con il nostro igname da arrostire. La scuola era in francese e il direttore era musulmano. La mia famiglia, invece era animista. Mia mamma a dire il vero, era di famiglia musulmana, poi quando ha incontrato mio padre ha smesso di pregare».
I polli becchettavano nel cortile mentre il fumo della birra iniziava a impregnare l’aria.
«Quando sentito parlare di Gesù, la cosa mi ha preso e ho deciso di seguirlo, di diventare cristiana. Il nome Céline l’ho avuto quando mi sono battezzata per sposarmi a Karhun. È là che ho conosciuto mio marito, faceva l’insegnante. Il mio nome di nascita è Daganà».
Il suo funerale fu celebrato in chiesa, poi qualcuno del villaggio, prese degli oggetti che le erano appartenuti, li mise in una sacca di pelle e andò a seppellirli sulla colline, come si usa nella tradizione.
«Nel 1958 mio padre è morto, mia madre è stata obbligata a risposarsi con un cugino di mio padre e io sono stata mandata da uno zio e così ho dovuto abbandonare la scuola. A casa dello zio non avevo nessun aiuto, dovevo arrangiarmi per mantenermi, vendere qualcosa, avevo 15 anni. Facevo il petit commerce a Copargo, akassa e altre cose così».
Cose così, come quelle che fanno la maggior parte delle ragazze africane, costrette ad arrangiarsi, a inventarsi lavori su lavori, per reggere il peso di una società intera.
«A quel tempo c’erano i matrimoni forzati. Erano le famiglie che decidevano, perché erano loro a pagare la dote. Quando un bambino aveva tre-quattro anni i genitori si recavano presso un’altra famiglia a chiedere la mano della loro figlia. Ogni anno i giovani della famiglia del bambino venivano a coltivare un campo per il padre della promessa sposa. Così fino all’età del matrimonio. C’era una prima dote, poi una seconda che veniva offerta ai defunti della famiglia per benedire il matrimonio, che ci fossero molti figli. Dopo i sacrifici ti portavano a casa del marito.
Era così, non potevi dire no. Io però non sono stata forzata al matrimonio, mio padre si è rifiutato di farlo, anche se poi i miei parenti si erano opposti al matrimonio. Mio marito è un somba e loro non volevano che io, nipote del capo, sposassi un somba. Per fortuna c’era mio cugino Martin che si è impuntato.
Così siamo venuti a vivere a Natitingou. Sai com’è noi africani quando siamo un po’ lontani dalla famiglia abbiamo meno problemi».
Anni felici quelli in città, lei faceva la sarta, il marito aveva fatto una bella carriera in politica, lei aveva partorito 14 figli: undici erano sopravissuti.
Poi venne un giorno in cui il marito decise di prendere una seconda moglie, molto più giovane. Céline gli disse che se lo faceva lo avrebbe lasciato e così fece, seguita da tutti i suoi figli. Il marito andò a vivere con la giovane, ma per ogni cosa importante tornava a chiedere consiglio a Céline.
«Vedi, è per questo che mi ha lanciato una maledizione» mi disse il giorno che l’accompagnai da un medico per quelle sua piaghe alle mani. Era diabete. Lei lo sapeva, ma continuava a pensare che le era venuto «perché quella là è gelosa che lui viene ancora da me».
Non l’ha uccisa il diabete, ma la povertà. La mancanza di medicine per sopravvivere.
Ricordo un pomeriggio d’estate a Copargo. Il sole iniziava a diventare insolente. Nulla riusciva a renderlo sopportabile se non fare come saggiamente fanno gli africani e cioè mettersi all’ombra di un bell’albero. Andammo da Tchatcha, un piccolo bar alla periferia di Copargo. È un bar invisibile, nessuna insegna, nessuna indicazione. L’ingresso è quello di una casa in costruzione, ma dentro, se lo sai, c’è un cortiletto fresco e grazioso. Le donne di casa, quando arriva qualche cliente, corrono a portare le panche, su cui fino a un istante prima stavano sedute a chiacchierare e le piazzano sotto gli alberi di mango.
C’erano Celine, il maestro, Sadjolà. Iniziammo a parlare delle donne in Africa, tra lo scherzoso e il serio. Celine ce l’aveva con quei mariti che non fanno abbastanza per le loro famiglie. «Basta guardare quei campicelli di miglio che ci sono in città. Cos’è quella roba? Con quel miglio mangi sì e no tre mesi e gli altri nove? Chi è che sfama i bambini? Le donne!»
Sadjolà tentò una difesa dei maschi, che non erano tutti così, ce n’erano che lavoravano...
«La verità è che oggi in Africa non ci sono più mariti!»
«Come sarebbe a dire?»
«Ci sono degli uomini, ma di mariti, sempre meno!».
Non era arrabbiata Celine, non lo era quasi mai, ma non stava neppure scherzando. Diceva le cose con forza, con un impeto travolgente, ma mai con rabbia semmai con amarezza.
«E poi, quelli che tu chiami mariti hanno quasi tutti il deuxième bureau».
Ecco com’era Céline. Così, donna forte tra uomini che si credono forti, perché le donne glielo lasciano credere.
Ascoltando Céline, la sua forza, la sua fede, mi tornano in mente le parole del grande scrittore Amadou Hampatè-Ba: «un giorno mia madre mi ha detto, mostrandomi un seno che stringeva nella mano destra: “Figlio mio, la vita è una città da cui nessuno esce vivo; aver paura della morte è dunque un'inutile viltà. Perciò libera il tuo animo dalla paura di morire, sii virile davanti al pericolo e fedele alla parola data. Rispetta i vecchi, fai del bene ai poveri, anche a costo di strappare ai ricchi le loro ricchezze”».
«Tua madre sarebbe stata una buona cristiana, Wangrin»
«Mia madre è una buona animista, comandante».
Alla fine il ricordo di una donna come Céline lascia un profondo senso di piccolezza in chi, come me, è costretto a scrivere la sua storia per sentirsi vivo.

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