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Molia

È buio lungo il Niger. I fari dei motorini bucano debolmente la sera. Il buio si appoggia sul fiume, ozioso e piatto. Anche i venditori di souvenir sembrano avere ceduto alla notte. Volatilizzati. Riflessi morbidi sulle acque. Sagome silenziose di piroghe, che tornano alla riva. Mopti si appresta ad addormentarsi sull’acqua come ogni sera.
Un uomo, maglia nera, giacca della tuta nera, si avvicina. «Spagnolo o italiano?».
Rispondo nervoso, senza guardarlo in faccia, per non lasciare spazio alla solita ritrita litania: «Io amo l’Italia, è un bel paese. Abbiamo tifato per voi ai mondiali...». La recitano tutti a memoria, per noi c’è la storia dei mondiali, per gli spagnoli, per i tedeschi, per gli olandesi ci saranno altre buone ragioni per dire che sono simpatici e che il loro è un bel paese. Poi la voce si fa più melliflua e insinuante: «ci sono dei begli oggetti da vedere, seulement pour le plaisir des yeux...». C’è sempre qualche oggetto da vedere, qualche tè da prendere, in famiglia, per chiacchierare.
L’uomo si avvicina. Fa due passi accanto a me. Guardo avanti, come a fissare qualcosa che non vedo bene, un punto all’orizzonte della strada buia.
«Ma tu non sei...?».
Sì, sono io. Lo guardo in faccia e lo riconosco. È Molia. Mi vergogno della mia diffidenza. Molia, il piroghiere. C’eravamo conosciuti quattordici anni fa. Il viaggio lungo il fiume, fino a Timbuctu. Lui al motore e il vieu sulla prua a individuare le secche.
Molia, con la sua aria perennemente stanca, seduta, seduto sulla poppa affilata della pinasse, in mezzo al rumore sordo del motore. Mi ha riconosciuto dopo tutti questi anni. E si ricorda di tutti i particolari del viaggio, di mio fratello, degli amici.
Sono contento di rivederlo e allo stesso tempo mi sento a disagio per la mia mancanza di sensibilità e di attenzione. Lo avevo scambiato per uno dei tanti seccatori, mi ero messo sulla difensiva, con l’atteggiamento duro di chi finge di non sentire. Ora ripenso alla mia supponenza, all’irritazione che mi suscitano quelli che mi propongono i soliti oggetti di artigianato standardizzato, che non voglio comperare le solite escursioni ormai banali. Come se fossero obbligati a sapere che conosco questi posti da più di vent’anni. Perché dovrebbero pensare, che non sono un turista come gli altri? Perché?
Mi spiace non aver riconosciuto Molia, non essere stato io a salutarlo per prima. Mi spiace tanto.
Ci sediamo a bere qualcosa. Ora ha 37 anni ed è diventato il segretario dell’associazione dei piroghieri di Mopti. Ha un figlio e sorridendo, mi mostra la sua foto sul display del cellulare. Gli chiedo del vieu: «Il est toujours là» mi dice e ci mettiamo a ricordare di quando il vieu sedeva sulla prua, con il suo turbante scuro in testa. Silenzioso. Ricordo la sua immagine, di spalle, quando entrammo nel Lac Debo, dove il fiume perde le sue sponde, gli sfuggono lontane, a rincorrere le secche pianure del Sahel. Fermo sulla prua di fronte a quella vastità d’acqua, che sembrava inghiottirlo.
Solo di tanto in tanto lanciava un urlo e con la mano faceva segno di deviare. Così, tutto il giorno, fino a quando il sole alle nostre spalle iniziava ad avvicinarsi alla linea scura del fiume, il cielo ingrigiva leggermente e le acque abbandonavano il loro color fango per vestirsi di bluastro. Allora il vieu allungava una mano verso il fondo della barca, senza spostarsi e prendeva il suo vecchio fucile da caccia.
Senza bisogno di parlare, Molia chiudeva la manetta e il borbottio allegro del motore si faceva crepitio secco. La prua piegava verso la riva del fiume e il vieu silenzioso guardava. Aironi, cormorani, anatre. Qualcuno passeggiava lento ed elegante sulla sponda. Altri specchiavano il loro volo nel brillare argentato dell’ultima luce.
Un colpo sordo. La nuvola di uccelli fuggiva frenetica. Il vieu aveva sparato. Un ammasso di piume grigio scuro era rimasto sul suolo fangoso. La cena era assicurata. Il vieu riponeva il suo fucile sul fondo della pinasse e Molia accostava, saltava giù dalla barca e andava a prendere l’uccello.
La sera, dopo aver piazzato il campo, si sentiva l’odore delle penne bruciate levarsi dal fuocherello che Molia e il vieu avevano acceso sulla riva. La brezza accarezzava appena il fumo e tutto attorno si faceva silenzio. Sembrava che persino le acque del fiume avessero smesso di scorrere. La luna faceva fatica a rispecchiarsi nello scorrere scuro e limaccioso del Niger.
Lo stesso colore che hanno ora, mentre scendiamo verso il porto. Sono le luci di Mopti adesso che stentano a trovare un riflesso che non sia opaco. La riva è piena di immondizia, barattoli, bottiglie di plastica, stracci. Un sentierino a zig zag è l’unico passaggio in mezzo a quei mucchi maleodoranti. «Il est toujours là» aveva detto Molia e infatti, il vieu è lì, seduto sulla pinasse, un’ombra appena visibile nel suo muoversi lento alla luce della lanterna.
È contento di vedermi, anche lui ricorda benissimo il nostro gruppo, Walter, Davide, Fabrizio... Dà una sensazione strana sentire di essere ricordati qui, così lontani da casa, dopo quattordici anni. Fa piacere, ma non puoi non chiederti: e io? Quanto mi ricordo di loro? Li avrei riconosciuti dopo tutto questo tempo?
Che animali strani siamo, «viaggio per conoscere posti e gente» diciamo e poi dimentichiamo così in fretta. Travolti da mille informazioni, i ricordi finiscono sotto, in basso, nelle ultime file degli scaffali, come quei prodotti di marche non famose.
Siamo seduti sulla barca, che accenna appena a dondolare, quasi si vergognasse di ammettere di essere in balia dell’acqua.

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