La pioggia, qui nel Sahel, è un pittore bizzarro. Ci sono momenti in cui pennella la terra di un verde brillante e intenso, che quasi fa male agli occhi. Altre volte, ha mano svogliata e umore cattivo, allora sbiadisce quella stessa terra in una coltre polverosa e opaca. Un velo sottile intristisce le pianure, prosciugandole. Il cielo si fa avaro, le nuvole si raggrinziscono, il vento si inaridisce e secca le pozze e la gola a uomini e animali. È la siccità.
Queste terre giallastre l’hanno conosciuta tante volte, troppe, fino a sfinirsi e ad abortire raccolti sempre più striminziti. L’ultima volta è stata negli anni Settanta, ma la grande sete non è una novità per la gente di qui.
Attorno all’anno Mille l’aspetto del Sahara era già quello che conosciamo oggi: un deserto. L’anticiclone sahariano, un vortice di aria surriscaldata, aveva preso il sopravvento sulle masse di aria umida, portate dai monsoni oceanici. Il Sahel resisteva però a questa disfatta e a questo deve il suo nome di “sponda” di quel mare arido, che era diventato il Sahara. La minaccia di siccità era però sempre alle porte. Cronisti del sultanato di Ouaddai (Ciad) narrano di una penuria di piogge, nella prima metà del XVII secolo, durata sette anni, che causò numerose vittime tra uomini e animali e le tradizioni orali degli zagawa, una popolazione che abita le montagne dell’Ennedi (Ciad) rievocano il ricordo di numerose siccità tra il XVII e il XVIII secolo, che causarono emigrazioni di massa. Anni di sete colpirono nuovamente il Sahel ai primi dell’Ottocento, poi nella seconda metà di quel secolo, sembrò che l’aria umida fosse tornata a benedire la terra assetata del Sahel. Ma era solo una tregua, non una pace.
Il Novecento vede l’inizio del declino saheliano. Nel 1908 erano già scomparsi numerosi laghi a sud del Sahara, le donne tentavano invano di pescare un po’ d’acqua in pozzi desolatamente secchi, i cammelli vagavano disperatamente in cerca di pascoli e le popolazioni del Tibesti e dell’Ennedi abbandonavano definitivamente le loro terre. Gli anni 1913-14 furono il culmine di una catastrofe, segnata da una siccità prolungata che causò in certe località del Mali una mortalità del 30-50% tra la popolazione.
Ancora un po’ di piogge che infusero speranza attorno agli anni Cinquanta, poi l’ennesima grande catastrofe culminata nel 1972-73, con una piovosità inferiore del 75% alla già carente media locale. L’arsura che avvolgeva il Sahel provocò una forte evaporazione nei maggiori corsi d’acqua. Il Niger che a Koulikoro, porto fluviale nei pressi di Bamako, aveva una portata di 1074 m3/sec, entrava nel Sahel e circa 600 Km dopo vedeva le sue acque ridotte a 560 m3/sec, quasi dimezzate, una sorte simile a quella degli altri fiumi della regione.
La mancanza di risorse costrinse le famiglie a organizzare digiuni a giorni alterni, sotto il controllo dei capi famiglia e venne fatto ricorso a piante selvatiche, utilizzate come cibo nell’antichità. La moria di bestiame, dovuta alla scomparsa dei pascoli, fu terribile: quasi tutti i bovini perirono a causa della mancanza di cibo.
Con le sue strade invase dalla sabbia, Timbuctu, sembra davvero essere l’ultimo avamposto di una battaglia perduta contro il deserto. E non era molto diverso nel passato. «D’intorno non v’è giardino né luogo niuno fruttifero». Così Leone l’Africano descriveva la Timbuctu del XIV secolo: nessun orto, nessuna pianta.
Oggi, grazie alle opere di irrigazione e ad alcuni interventi della cooperazione, ai margini della città si vedono orti e giardini, ma di alberi a Timbuctu ce ne sono pochi e quelli che si sforzano di fare ombra sulla sabbia sono tutti recenti. In gran parte gli alberi della città vennero fatti abbattere nel 1590 dal pascià marocchino Jouder per far costruire la sua flotta da guerra sul Niger. Non c’erano abbastanza imbarcazioni disponibili e pertanto ordinò di tagliare tutti i grandi alberi che contornavano la città e di scardinare tutte le porte delle abitazioni per costruire delle piroghe. Erano alberi così grandi, che due uomini non potevano abbracciarli. Oggi la legna è un bene prezioso a Timbuctu.
Per questo c’è allegria questa mattina, qui nel quartiere di Bela Farandi di Timbuctu. Mani che spostano la sabbia, che cerca di ricoprire il buco appena fatto. Altre mani infilano la piantina nel buco, altre ancora lo riempiono d’acqua. «Sono stati i ragazzi di questa associazione a chiedermi di venire qui a piantare degli alberi» dice Ismaël sorridente.
Ismaël Haidara Diadié è un personaggio affascinante, scrittore, poeta, storico, filosofo, autore di numerosi libri. Un raffinato intellettuale dai modi gentili, con quegli occhiali tondi che lo fanno sembrare a un Gandhi dalla pelle nera.
Giunto ai cinquant’anni Ismaël ha deciso di spendere gran parte delle sue energie e del suo tempo, per ripiantare alberi nella regione della sua città, quegli alberi che le siccità e la mano dell’uomo hanno fatto sparire.
«Perché piantare alberi a Timbuctu?» gli chiedo.
«Un giorno i bianchi che stavano a Dire, decisero di disboscare una zona a ovest del villaggio. Iniziarono ad abbattere tutti gli alberi per costruire delle imbarcazioni. Un uono, vedendo gli alberi morire uno dopo l’altro, si legò a uno di quegli alberi e decise di morire con lui.
I bianchi con i loro fucili e le loro fruste nulla poterono contro la serena determinazione di un uomo che voleva morire o sopravvivere con quell’albero. Lo lasciarono lì. Lui costruì la sua casa ai piedi dell’albero. Sposò una donna che gli diede molti figli e anche loro costruirono le loro case lì attorno. Così nacque il villaggio di Defirchima. Il nome deriva dal francese défrichement, l’azione che rende un terreno incolto pronto a essere lavorato. Un terreno considerato morto dai bianchi, ma che il gesto di quell’uomo ha invece nobilitato, dando a questa parola di morte un senso obliquo. Defirchima è diventato così sia il nome di un luogo sia l’azione di salvare gli alberi.
Salvare un albero significa dare la possibilità alla natura e all’uomo di avere un posto, un’esistenza senza il dominio totalitario e mortale degli uomini. Siamo tutti piantatori di alberi, figli di un uomo di cui ignoriamo il nome persino il giorno in cui si è legato a un albero, lo ha abbracciato per salvarlo, anche a costo della sua vita. Piantare un albero per me significa partecipare alla vita. Costruire, dice Heidegger è «fare abitare», piantare un albero, è perciò rendere possibile la vita che oggi il nihilismo tecnologico e l’avanzare del deserto negano».
«Cosa significa per te un albero?»
«Il pensiero occidentale, dalle sue origini greche, ha privilegiato l’uomo rispetto alla natura. L’avvento del cristianesimo ha definitivamente sacralizzato l’uomo, posto al centro come re. Ma l’uomo costruito dall’episteme occidentale non è l’unico uomo possibile. Ai margini del mondo attuale ci sono altre forme di pensiero come quello dei Dogon di Ogotemmeli, o dei cinesi attraverso Lao Tse … L’albero è una forma di esistenza come la formica, le stelle, l’elefante o il canto dei grilli nella notte o me stesso. L’albero, per me è un fratello, come il lupo era un fratello per San Francesco».
«Come è stata accolta questa idea?»
«Con entusiasmo e scetticismo. Per molta gente è una bella follia, perché il deserto avanza fatalmente e non ci si può fare nulla. Io però sono certo che l’uomo possa spostare le montagne : basta volerlo. Ho scritto una lettera al presidente della Repubblica per chiedergli di permettere che io paghi le mie tasse, piantando alberi. Poi ho fatto un appello a Timbuctu chiedendo alla popolazione di aiutarmi. Oggi ci sono 1070 piantine nel vivaio e 2000 già piantate».
I costi di questa iniziativa sono molto bassi. Una piantina costa 100 cfa (0,15 euro), un quinto di un pacchetto di sigarette. Chiedo a Ismaël come è arrivato a questa decisione.
«Un giorno ho letto Totes Holz (Legno morto) di Günter Grass. Il libro è duro, colpiva, persino terrificante. Ho preso delle note a margine. Günter Grass parla di rischio desertificazione. Io sono nato a Timbuctu, di fronte al deserto. Allora ho deciso di piantare degli alberi. Per questo ho scritto al presidente, che invece di dare soldi a uno Stato, che non mi consulta quando deve comprare armi, di utilizzare i miei soldi qui. Senza attendere la risposta ho iniziato».
«Ci sono punti di contatto tra la tua attività intellettuale di scrittore, storico e filosofo e questa nuova iniziativa?»
«Certo. Io discendo da una famiglia che ha raccolto migliaia di manoscritti, che vanno dal X al XIX secolo e che io sono riuscito a riunificare una decina di anni fa. Per me ogni manoscritto vivente viene da un albero morto. Ho 7026 manoscritti, quanti alberi devo piantare per ricompensare la terra? Chi prende alla terra senza restituire, un giorno finirà per ucciderla. Mio padre mi ha educato nella filosofia dell’edonismo e della condivisione. Mi ha insegnato attraverso il pensiero di Marco Aurelio l’insieme dell’universo e con Montaigne un certo edonismo sereno. Lo scopo di ogni essere vivente è di perseverare per ritornate al tutto dell’universo. Lo si può fare solo cercando il piacere e fuggendo il dolore. La ricerca del piacere in Occidente è stata una fuga verso un godimento cieco a tutto ciò che non è il sé. È un godimento suicida. Il pensiero del piacere in Occidente, fino a Bentham e Stuart Mill ha ignorato che il piacere non può essere intero se non quando è condiviso. Anche in questo caso hanno fatto dell’utilitarismo una gabbia nella quale l’uomo vive solo per se stesso. Per questo piantare alberi non è estraneo al mio pensiero, perché credo che non posso gioire della vita, se non donando vita. L’edonismo non può passare che per una vitalità creatrice»
«Immagina cosa potrà pensare un bambino in futuro di tutto questo?»
«Che le belle follie ci aiutano a sperare nell’uomo».