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Al semaforo

Rosso. Appena il motore scende un po’ di giri, quella che doveva essere stata una Renault, sembra volersi scrollare di dosso tutta la carrozzeria. Il taxista tenta di tenere su il motore, ma il tempo che passa tra quando preme l’acceleratore e la reazione svogliata e gracchiante dei vecchi cilindri si fa sempre più lungo. La marmitta scatarra fumo nero. Tutto trema, anche il vetro del finestrino ormai affossato tra le lamiere della porta, senza nessuna speranza di uscirne. La manovella è sparita da chissà quanto tempo, come la leva di apertura della porta. Ora per aprire si tira un cavo elettrico male annodato. Tra un’accelerata e l’altra la Renault sembra tossire, come uno che ha una brutta bronchite.
Arriva. È un uomo sulle stampelle. Le gambe stritolate dalla poliomielite, lo sguardo liquido, la mano rattrappita e dura, la voce implorante. «Quelque chose, monsieur, quelque chose...». Gli dico che non ho monete. È vero, ma non è una buona scusa, né per lui, né per me. Cerco di non guardarlo e nello stesso tempo mi vergogno della mia ipocrisia. Quanto ho speso per i souvenir? E per i CD di musica tipica, che non ascolterò mai una volta a casa? E adesso mi attacco alla scusa della moneta.
La mano, quasi timida, non supera la linea del finestrino aperto. Come a rispettare quel confine tra lui e me, tra la miseria e la ricchezza, tra chi è sulle stampelle e chi su un taxi.
«Quelque chose pour manger...». Scuoto la testa senza guardarlo. Alzo le sopracciglia, come a dire: non posso farci niente. Intanto guardo il semaforo. Rosso.
Questa volta è l’uomo con le stampelle, ma altre volte era l’anziana, con gli occhi bruciati dall’oncocercosi, lo sguardo affondato nella palude azzurro bluastra delle sue pupille. Lì in una città ottusa di smog come quella, a un finestrino come quello, di un’auto sgangherata come quella, come sgangherata è la vita di troppa gente qui in Africa.
Lì a un semaforo che non diventa mai verde, che non vuole essere tuo complice nella vigliaccheria. Che rimane rosso, come a voler ristabilire l’ordine delle cose. L’ordine della storia. Non c’è il bianco terzomondista, lo studioso che ama l’Africa, il turista in cerca di esotico. No, non c’è. Che il fardello dell’uomo bianco pesi sulle sue spalle, dice il semaforo. Che lo affondi nella realtà, che gliela sbatta in faccia.
Questa volta è la donna semicieca, ma altre volte erano i bambini delle scuole coraniche, con le magliette strappate, le litanie ripetute a memoria. Con i barattoli della conserva di pomodoro, appesi al braccio. Volti bianchi di polvere, che si affacciano al finestrino. Voci lagnose, ritmi cantilenati, ripetuti senza convinzione. Facce spente. Il barattolo vuoto. E il semaforo rimane rosso.
E tu guardi avanti, immobile, attraverso quel vetro scheggiato da qualche sasso. Fissi la scritta sul furgone davanti. La casa del montone è sporca, ma non sta al maiale dirlo, dice. Il furgone è stracolmo di gente, donne con bambini in braccio, anziani dal viso scavato e intenso, giovani con lo sguardo spavaldo. Qualcuno dorme. E sacchi, ceste, fagotti, gabbie con i polli, capre, tutti legati sul tetto del furgone.
Guardi quella folla viaggiante e cerchi di perderti, ma quei corpi sono troppo schiacciati, perché i tuoi pensieri possano infilarsi tra di loro. Devi rimanere al tuo posto, che non è su quel furgone. È in quel taxi, con il vetro che non si chiude e quei bambini affacciati. Devi specchiare il tuo volto nel fondo arrugginito dei loro barattoli e in quel riflesso muto color ottone non ci sono volti sorridenti e solidali di bianchi, che vogliono bene all’Africa. Non ci sono viaggiatori appassionati di culture esotiche, di musica afro. Niente buoni sentimenti. Nulla.
Rosso. Il tempo si dilata. Gli sguardi si fanno più pesanti. Non importano le tue idee, non conta chi sei, né chi credi di essere. Ora su quel taxi fermo al semaforo, sei solo ciò gli altri vedono in te. Cosa? Uno che ha soldi e poi? Solo quello? Oppure anche ai loro occhi la tua immagine si perde nella nebbia?
Verde. L’auto riparte, strattonando. Le figure slittano via dal finestrino, come spazzate via dall’aria. La città diventa un video sfuggente, dove tutto si confonde, dove ogni immagine passa davanti agli occhi, come fotogrammi impazziti, rapidi, imprendibili. Tutto sembra irreale, lontano, e la strada, la gente diventano scenari, personaggi, estranei. Gente da osservare, figure estranee, magari esotiche, da fotografare. Fino al prossimo semaforo. Rosso.

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