Ci sono momenti in cui sembrano sacchetti di nylon, strappati dal vento. Di quelli che svolazzano per tutto il deserto, per tutti i deserti strapazzati da folate sabbiose fino a impigliarsi in qualche spina, che interrompe il loro viaggio. Lo sembrano davvero, poi, però, vedi che il loro volo d’improvviso rallenta, si fa elegante, mentre si appoggiano lievi sulla sabbia biancastra del mattino. Allora ti accorgi delle loro voci scorticate, che attraversano il cielo silenzioso.
I corvi di Chinguetti tagliano l’alba con le loro ali e con il loro stridere gracchiante. Scivolano leggeri nell’aria lattiginosa. Non lasciano ombre a quest’ora. Sono le uniche voci sulla città vecchia, che ancora dorme solitaria. Le case mezze diroccate, chiuse con lucchetti cinesi a bloccare antiche porte di legno di cipresso, asciugate da mille soli, graffiate da troppe sabbie, indurite da tanti venti. Alcune chiudono muri senza tetto, gusci vuoti e rotti, come a indicare che lì, un tempo c’era una famiglia, c’erano bambini che giocavano, anziani che fumavano le loro pipe, donne che chiacchieravano, ospiti venuti da lontano. Sì, oggi il tetto è crollato, la gente andata, ma quella porta chiude ancora memorie, che nessuno entri e disturbarle.
I vicoli sono vuoti, freddi di sabbia notturna. Plastica ovunque, resti di bottiglie, catini rotti, lattine.
Un tempo la gente aveva poco o nulla da gettare. La civiltà dei rifiuti è però inesorabile. Un tempo i potenti costruivano monumenti per rimanere nella memoria delle generazioni future. Oggi il marchio più indelebile dell’Occidente, quello con cui il mondo moderno sembra volersi garantire l’eternità è la plastica, il rifiuto, che anche il tempo cancella a fatica.
L’ombra dei muri taglia per lungo i vicoli più stretti. Un’ombra di pietra. Di pietra trasportata dall’altipiano, per combattere la sabbia, messa su a fatica, con sapienza.
Piano piano l’ombra si assottiglia, fino a cedere tutto il vicolo al sole pigro dell’inverno. Sole che illumina le tante insegne delle cooperative femminili di artigianato. Ce ne sono dappertutto. «Per difendersi dai venditori di artigianato che vengono da fuori, dal Senegal, attirati dai turisti» spiegano le donne.
Il sole accarezza lento le piazzette sabbiose, gli alberelli contorti e duri. Lo fa con un tocco leggero, come per paura di far male, con un gesto che si ripete ogni giorno. Allora lo ouadi, che separa la città vecchia da quella messa in piedi dai francesi ai primi del Novecento, si colora degli abiti di donne e di ragazzine, con i loro vassoi pieni di souvenir. Di uomini con i loro boubou azzurri e bianchi, i loro turbanti neri. Leggeri, appena agitati dal vento, scivolano sulla sabbia, lasciando tracce di pochi minuti. Si arrampicano sulla riva dello ouadi e scompaiono nei vicoli.
I corvi guardano dall’alto, appoggiano le loro ali al vento polveroso e osservano silenziosi. In basso, su quelle persone, che tentano ogni giorno di convincere qualche straniero a comprare. Su quel turista innervosito dalla troppa insistenza, che cerca di allontanarle come mosche. Su quell’altro, impietosito, che acquista qualcosa, per compassione di tanta povertà, da quella litania di «monsieur, madame...». Su quelli che discutono se è giusto o no pagare per una foto. Su quello che contratta a strappare pochi centesimi di euro, meno del costo di un giornale, che getti via dopo averne letto nemmeno metà.
Mani tese a offrire un artigianato sempre più standardizzato, sempre più fatto in serie. Qualcuno vende addirittura oggetti provenienti dal Senegal o dal Mali, maschere, statue. La gente di qui è musulmana da mille anni, non ha mai fatto maschere o statue. E in ogni caso, non aveva legna da sprecare per farle.
Bambini giocano nella sabbia, felicemente impolverati.
Non lasciano ombra i corvi. Nessuna traccia delle loro volute affilate. Si posano di tanto in tanto su mucchi di spazzatura, che insozzano le strade, segnate dai pneumatici dei fuoristrada. I loro padri si posavano su strade pulite, su sabbie marcate da orme di sandalo, di zampa, di zoccolo. Vedevano orizzonti orlati dalle sagome ondeggianti di carovane, lunghe, lente, dal passo sicuro, accompagnate dalle ombre lunghe del tramonto. Arrivavano dal Tekrour, dal Tagant, del Fezzan, dalle ricche città saheliane. Timbuctu, Djenné, Gao, Walata, Ghadames erano nomi noti qui a Chinguetti. Scaricavano sale, oro, tessuti, libri, schiavi.
Vedevano gruppi di giovani, seduti nei cortili delle biblioteche, attorno a un vecchio con la barba bianca, dall’aria seria. Leggevano, discutevano, trascrivevano testi. Quei manoscritti che hanno resistito a tempo e sabbia, che talvolta hanno ceduto alle termiti, per arrivare fino a oggi, avvolti nelle loro custodie di cuoio decorate. Hanno resistito a centinaia di dita curiose che li hanno sfogliati, di penne scricchiolanti che ne hanno riempito i margini bianchi con commenti e note, a viaggi polverosi tra una città e l’altra. Erano vivi quei libri. Sono diventati «patrimonio dell’umanità», cose da museo, morte. Osservati distrattamente dai turisti. Qualche turista si lamenta di non potere usare il flash. Qualcuno li sfiora con dita timorose. Poi tornano alla loro polverosa inutilità, ridotti a testimoni di un passato lontano, a strappare qualche frase di ammirazione da visitatori un po’ paternalisti.
I turisti vanno, ripartono per altre piste, con le loro carovane rumorose e fumanti a quattro ruote motrici, sollevando scie di sabbia. In cerca di altre suggestioni, di altre foto, di altri aneddoti da raccontare. Chinguetti rivivrà nei loro racconti, nelle proiezioni. «Non c’è un granché da vedere» dirà qualcuno. «Una bella atmosfera» qualcun altro. C’è chi sente di aver respirato la storia passata di lì, di aver percepito il suo peso. O forse sono solo suggestioni. Sentiamo la storia, perché conosciamo quella storia. Siamo venuti apposta a cercarla qui. Respiriamo un’emozione che ci siamo costruiti prima di partire.
La sabbia poco a poco si posa. Si appoggia pigra sui fogli decorati, sulle case, sui vecchi calamai a rendere un po’ più opaca la memoria. Forse la storia ha sempre bisogno di un po’ di polvere, per non accecarci con la sua brutale verità. Che nulla è cambiato, che gli uomini di oggi non sono migliori di quelli di un tempo.
L’aria torna limpida. I corvi rimangono soli, con aria indifferente, a guardare dall’alto il silenzio di Chinguetti, a misurare a voli il suo cielo.