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Sidì il pescatore

Nouakchott. Porto dei pescatori. Una fila interminabile di barche. Prue colorate, che si perdono nella foschia di polvere, sollevata dall’harmattan. Il cielo si stinge in un colore che ricorda le squame dei pesci esposti sui banchi del mercato. L’acqua sopporta il grigiore del cielo, cerca di tramutare i suoi riflessi in oro, appena il sole vince il velo di nuvole e sabbia. Poi ritorna alla sua muta opacità bluastra.
Asini tirano stancamente carretti lungo il bagnasciuga. Gabbiani inquieti tagliano rumorosamente il cielo. Rondinelle di mare filano leggere in cerchi più stretti.
Uomini e donne spingono le barche sulla sabbia, per metterle al riparo dalle mani adunche della risacca. Le onde nerastre si allungano fino a lambire le chiglie. Un anziano con la barba bianca, appena accennata, siede sulla spiaggia, al limite del bagnasciuga. Sembra che scruti l’orizzonte. Come i marinai dei romanzi, taciturni, un po’ misteriosi. No, il suo orizzonte è molto più vicino, finisce dove la sua lenza si infila nell’acqua, sottile, quasi invisibile puntura nel mare.
Alcune barche ciondolano pigre poco più al largo. Stanche di mari notturni, di onde ghiacciate, di venti scostanti. Le ombre si fanno rade, quasi nulle per l’affievolirsi del sole ormai opaco.
Sidi, così si chiama il pescatore, continua a fissare l’acqua. Due dita callose stringono la lenza, che si appoggia lieve sul bagnasciuga. Passano i carretti, trainati dagli asini. Qualcuno inciampa sul filo di Sidi, ma lui non si arrabbia, rimane zitto, in attesa che gli zoccoli si sgancino e la lenza ritorni tesa a pungere il mare.
Una barca si avvicina alla riva, attende l’onda giusta, poi punta verso la spiaggia. Il motore urla sputando schiuma per la violenta accelerazione. La prua si impenna per un istante, poi si appoggia sul bagnasciuga. Due uomini saltano giù al volo, afferrano la barca e la tengono ferma. Altri uomini si aggiungono per bloccarla. La risacca tenta di riprendersi la barca, di riportarla in mare, ma ormai è fatta. È bloccata. Inizia la fatica del trascinarla sulla spiaggia.
Sidi volge appena lo sguardo alla barca, poi inizia a ricuperare la lenza. Niente.
«Alle sette» mi dice, «alle sette cominciano ad abboccare». Sono le cinque e mezza. I suoi quattro ami strisciano sul bagnasciuga, vuoti, inutili. Uno e senza esca.
«L’ha mangiata, ma non ha abboccato» sorride Sidi. Quasi a fare un complimento al pesce che lo ha fregato. Prende un altro pezzo di pesce e ricopre nuovamente l’amo. Si alza in piedi, fa roteare il piombo all’estremità della lenza e lancia nel mare. Poi torna a sedersi e a fissare la striscia ora verdastra al di qua delle onde. Dietro la sua schiena, in un catino di plastica dal bordo spezzato, un piccolo pesce spende le sue ultime energie in qualche guizzo inutile. L’unico che Sidi ha pescato.
«Ça bouge» dice, accennando un sorriso. Le dita leggere a premere la lenza in attesa dello strappo. Nulla. Lui sorride di nuovo, come a dire, che è così che vanno le cose. Ha la pelle nera, come tutti i pescatori qui. Di mauri, quelli che si considerano bianchi, non se ne vedono qui.
Arriva un gruppo di turisti. Hanno scarponi ai piedi. Uno o due inciampano nel filo di Sidi, altri parlano forte tra di loro. Fotografano le barche, le donne con i loro carichi sulla testa. Qualcuno fotografa anche Sidi. Lui lascia fare, guarda l’obbiettivo per un attimo, poi torna a fissare la sua lenza. Nemmeno il rumore sembra disturbarlo. Nemmeno le voci di chi si lamenta del fatto che lui ha il cellulare, che penzola dalla cinta. Rovina la foto, intacca l’esotismo. Il buon selvaggio contaminato dal connecting people.
La force tranquille recita una scritta sul fianco di una barca gialla e rossa che sta dietro a Sidi.
Arrivano le ultime barche, quasi nere nel controluce del tramonto. I motori lanciano gli ultimi urli, per spingerle sulla sabbia. Il mare ora ha un colore che ricorda l’olio dei motori. Scuro. Sidi ricupera ancora la lenza. Nulla. Il piombo rotea di nuovo nell’aria grigia e schiaffeggia l’acqua. Sidi torna a sedersi e a fissare il suo filo.
«Verso le sette» dice calmo. Sono le sei e un quarto.

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